Da Monte do Gozo a Santiago de Compostela

This slideshow requires JavaScript.

Dormo bene, ma poco. La sera sono insolitamente disciplinato nel preparare lo zaino per il giorno dopo: non voglio perdere tempo. E soprattutto voglio essere sicuro di partire con gli altri. Ieri sera ho chiesto a Etienne, Stefania e Stefano di fare gli ultimi cinque chilometri insieme e di arrivare uniti. Sono solo loro che negli ultimi giorni hanno sempre camminato con me. Riconosco tutti quelli che ho incontrato come compagni di pellegrinaggio, ma loro hanno un posto particolare.

E che si vuole da me, che parli delle difficoltà del cammino di oggi? Cinque chilometri sull’asfalto in leggera discesa, al fresco dell’alba e quindi senza caldo né traffico? Si chiede che dica di cosa abbiamo parlato? Di niente, o quasi. Tutti e quattro assorti nei nostri pensieri, ma insieme, non da soli.  Non ve l’ho detto ancora, ve lo dico adesso: mi avete fatto più compagnia in quell’ora di silenzio e di tensione piena di attesa che in tutto il resto del cammino. Quel silenzio che nasce spontaneo nei momenti in cui le parole sono superflue, e che è riflesso di amicizia e compagnia vere.

Quando entriamo per la Porta do Camiño è già abbastanza chiaro. Ma il centro storico è ancora quasi deserto e silenzioso. Sono passati dieci anni dalla mia unica visita a Santiago, non ricordo bene le strade. Quindi rimango un po’ sorpreso quando vedo spuntare il profilo della Cattedrale sulla sinistra, mentre percorriamo la strada in discesa che passa davanti al Seminario Maggiore e a San Martin Pinario. A quel punto vorrei rallentare. Vorrei che ogni passo si dilatasse indefinitamente, vorrei ricapitolare in ogni centimetro mancante tutto il gusto, la grazia, la grandezza di questo cammino. Sembra quasi crudele, sembra ingiusto finire. Camminare ancora, come fare? Come faccio domani? Non è paura, è solo un senso di vuoto. Immediato e leggermente traumatico, lo scavo di una pietra nell’acqua quando incontra la superficie. Crea quello spazio che dura un attimo, poi tutto viene nuovamente riempito. Passiamo sotto l’archivolto, giriamo a sinistra e siamo in Praza do Obradoiro. Sono le sette e trentacinque dell’undici agosto 2011, giorno di Santa Chiara.

Mi piace il raccoglimento che trovo: è stata una buona scelta arrivare a quest’ora. Pochi altri pellegrini punteggiano la grande piazza rivolti verso la facciata di gusto barocco ma di slancio gotico. Alcuni in piedi, alcuni seduti, alcuni sdraiati. Guardano quelle pietre fiorite di licheni come se fossero la faccia di qualcuno che sta parlando loro. Anche noi facciamo così. Siamo contenti, siamo commossi, siamo arrivati e ancora non ce ne rendiamo conto, forse semplicemente non lo accettiamo. Vedo l’olandese Mieke che arriva poco dopo di noi, ha già i lucciconi agli occhi, mi guarda e dice “Ehi Alessandro, that’s the moment…”. Le sorrido e non trovo parole per risponderle. Penso soltanto che davvero questo momento me lo ricorderò per sempre. Abbraccio i miei tre compagni e tutti quelli che riconosco.

Qualche foto di rito, poi subito all’Oficina de Acogida de Peregrinos. È ancora chiusa, ma mettiamo i nostri zaini già in coda per quando aprirà, siamo tra i primi. Poi una meritata colazione.
L’impiegata dell’Oficina non ha bisogno di molte spiegazioni: la mia credencial , con timbri regolari ogni giorno [tranne quello di Samos... zitto, zitto :-) ] è abbastanza eloquente. In un attimo mi rilascia la Compostela con il nome rigorsamente in latino e in accusativo, Alexandrum. Anche il motivo del pellegrinaggio (“religioso”, non “spirituale” o “personale”) è specificato sulla credencial e non ha bisogno di domandarlo. La messa del pellegrino sarà solo a mezzogiorno. Abbiamo tutta la mattina per girare la città, per vagabondare un po’. Lasciamo lo zaino in deposito e ci sparpagliamo. Io e Stefania andiamo però subito all’ufficio turistico. Vogliamo chiedere informazioni sull’ospitalità in città. Stefania vorrebbe andare dai francescani. Stranamente l’impiegata dice che i francescani non fanno accoglienza per pellegrini “semplici”, solo poveri e nullatenenti. Strano: verifichiamo in breve che si tratta di un’informazione del tutto sbagliata. Il problema vero è però che i francescani non consentono soste superiori a un giorno. Allora optiamo per il seminario minore, che aprirà all’una e mezza.

Breve giro in città, poi in cattedrale in attesa della messa. La chiesa è stracolma. Stefania non ci sta a rimanere accalcata in fondo e, tirando fuori una grinta da concerto rock, arriva fino alle prime panche e fa pressione sugli addetti al servizio d’ordine con il saio giallo blu che sembrano usciti da un cartone animato giapponese. Mi metto sulla sua scia e inspiegabilmente guadagnamo due posti nel “parterre”, nelle poche panche che stanno attorno al presbiterio, all’incrocio della navata centrale con il transetto. Siamo a un passo dai celebranti e dal mitico botafumeiro. L’elenco dei pellegrini arrivati, diviso per nazionalità e per località di partenza, è molto lungo, letto velocemente in spagnolo. Mi distraggo e non ritengo l’informazione fondamentale: quanti italiani da Saint Jean Pied-de-Port. Farò delle ricerche quando tornerò a casa… da qualche parte il dato dovrebbe risultare. I celebranti sono molti e tutti, credo, pellegrini. C’è anche Etienne. E altri volti noti che ho incrociato diverse volte durante il cammino e che non avevo ancora identificato come sacerdoti.

Sappiamo che il rito del botafumeiro non viene fatto tutti i giorni ma in occasioni speciali. Oltre alle feste liturgiche c’è anche la possibilità che un gruppo di pellegrini lo richieda, lasciando un’offerta adeguata alla Cattedrale. Non so se è per la ricorrenza di Santa Chiara o per una richiesta di un gruppo, ma con nostra grande soddisfazione prima della fine della celebrazione vediamo armeggiare i “tiraboleiros”, gli addetti che fanno oscillare il grande incensiere per un raggio di circa sessanta metri nella navata centrale. E noi siamo nella posizione migliore (anche per prenderlo in faccia in caso di manovre sbagliate…). Realizzo così il filmato che agevolo qui sotto :-) Dura quasi cinque minuti. A chi vuole vederlo suggerisco di notare alcune cose: il momento in cui il botafumeiro viene spinto nella navata con un “salto”, che dal vero è molto impressionante; il canto che accompagna il rito, solenne e dolce insieme, un po’ “rotto” dall’esecuzione a squarciagola da una signora proprio dietro di noi che sembra il capo degli ultras, quelli che non se ne perdono mai una; la velocità impressionante che prende l’oggetto nella fase centrale della sua corsa, al massimo della spinta; la perfetta sincronia dei tiraboleiros; la mossa elegante di quello che sembra il più esperto di loro, che fa quasi un passo di danza per afferrarre e arrestare l’incensiere alla fine; i celebranti che sembra stiano guardando una partita di tennis.


Il portico della gloria è completamente coperto dai teli per il restauro, che finirà soltanto nel 2012. Pazienza, mi toccherà tornare presto… L’altro classico del pellegrino il giorno dell’arrivo è l’abbraccio del busto in argento dell’apostolo. Si accede da dietro attraverso una scaletta, si abbracciano le spalle e poi si scende dalla parte opposta per la visita alla cripta sotto l’altare dove ci sono quelli che la tradizione accredita come i resti di San Giacomo e di due suoi compagni.
Si formano code molto lunghe (abbiamo atteso mezz’ora) in cattedrale per questo gesto. Che non riesco a vedere come un atto di devozione “old style”. Un abbraccio non è come un bacio deferente o un inchino dinnanzi al “sacro” tout court. Un abbraccio è tra sodali, tra compagni di vita e di strada, tra amici che si riconoscono. Si abbraccia perché si riconosce un’affinità, un’appartenenza comune. L’abbraccio è fisico, è  affettuoso, è tra pari. Questa è la spiritualità giacobea che si respira a Santiago e in tutto il Cammino. Si cammina verso una meta per trovare qualcosa o qualcuno, per colmare una distanza. Vai a trovare l’amico Giacomo. E quando l’hai trovato, lo abbracci.
Sto pensando a queste cose mentre, dopo l’abbraccio, scendo la scaletta verso la cripta. L’uomo che la tradizione vuole sia in quell’urna di argento ha abbracciato Gesù. Io ho abbracciato lui. Cos’altro è la Chiesa se non la continuazione di questo abbraccio? Forse è anche tante altre cose, non lo so. Ma se mancasse la continuità di questo abbraccio probabilmente non esisterebbe più da un pezzo.

Il seminario minore è molto grande. Le camerate sono immense, gli spazi comuni non sono da meno. Bisogna camminare un po’ (circa 15 minuti da praza do Obradoiro) ma naturalmente non è un problema. Possiamo fermarci tutti i giorni che vogliamo, ma il costo è superiore a qualsiasi altro albergue finora incontrato: 12 euro. Fermiamo due notti. Il giro serale per le strade di quella che già dieci anni fa ho eletto come mia città ideale mi restituisce l’immagine che avevo: un centro storico monumentale tenuto molto bene ma anche vivo e vivibile, integro e pulito, che la sera non precipita nell”oscurità ma si anima senza diventare una bolgia. Musica ovunque, nei locali e per strada. Immancabile, sotto il portico dell’Ayuntamiento che sta di fronte alla cattedrale, l’esibizione dei Tuna de Derecho.

Posted in Uncategorized | 12 Comments

Da Ribadiso de Baixo a Monte do Gozo

This slideshow requires JavaScript.

Mi sveglio presto senza problemi per l’ultima vera giornata di cammino prima di Santiago. Mi aspettano 37 chilometri, una delle tappe più lunghe fatte finora. So già che non mi peseranno e che sopporterò facilmente la fatica. Però oggi appare fondamentale sfruttare bene le ore mattutine.

Sono le sei e qualcosa, parto insieme a Stefania e a Stefano, Etienne è già andato da non molto. Attraversiamo Arzua ancora al buio, ci addentriamo nei boschi di eucalipti che ci accompagneranno per tutta la giornata, alternandosi ai pini marittimi.

Dopo un’ora circa ci fermiamo in un bar per la colazione, poi basta. Si cammina senza interruzioni per sei ore. Quella che è sempre stata una certezza durante tutto il cammino diventa anche una sensazione: Santiago aspetta, Santiago si avvicina a ogni passo. Lo senti nei piedi che vanno più veloci  quasi senza volerlo, lo vedi nel numero crescente di pellegrini di ogni risma sul sentiero, lo immagini con la testa che non può fare a meno di pensare all’arrivo. Eppure la giornata di oggi sarà ancora tutta dedicata all’attesa: ci fermeremo al Monte do Gozo, ad appena cinque chilometri dalla meta. La vita è attesa, la vita si riempie dell’attesa di ciò per cui hai deciso di vivere.  Ma è attesa nel “gozo”, in un pegno di umanità piena che dà sapore alle cose e che nessuno ti può togliere. Oggi è un giorno di vita piena.

Le ore passano e i chilometri pure, ma non ce ne accorgiamo. Passiamo O Pedrouzo dopo mezzogiorno. Gli eucalipti sono sempre più alti e spettacolari. La giornata si fa subito calda, forse è la giornata più calda dell’ultimo mese.
Le fonti non sono tante. Sulla salita per l’Alto di Sant’Irene, abbastanza dura, l’acqua comincia a scarseggiare. Stefano si ferma un poco in cima, si sente stanco. Proseguo con Stefania. Una discesa, poi un’altra salita non facile. Affrontiamo la discesa che porta a Lavacolla e aggira la rete di recinzione dell’aeroporto. Il sentiero scende fin proprio sotto la fine della pista, poi risale verso San Paio. Ormai sono quasi le due, sentiamo la stanchezza  e per una volta la sete. Ci fermiamo in un bar per il pranzo, dove poco dopo ci raggiunge anche Stefano. Non abbiamo fretta: gli ottocento posti dell’enorme ostello di Monte do Gozo non si esauriscono facilmente. Parliamo con due ragazzi spagnoli che per sicurezza hanno telefonato. L’addetta ha comunicato loro che “storicamente” non si è mai registrato il tutto esaurito al Monte. Quindi: posto sicuro, chilometri da fare ancora tanti. Domani invece ne faremo solo cinque. Perchè correre?

Etienne invece in un messaggio comunica di essere già arrivato. Ha camminato per otto ore filate quasi senza soste. Negli ultimi giorni ha decisamente accelerato i ritmi: credo che soffra molto l’eccesso di folla sul sentiero. Ci ha anche detto, del resto, che non intende fermarsi neanche una notte a dormire a Santiago, vuole ripartire subito per Finisterre. Io penso invece che valga la pena fermarsi almeno due giorni per incontrare di nuovo le persone già conosciute: quelle che sono avanti e quelle che sono rimaste indietro. E non so più, in questo momento, se voglio ancora andare a Finisterre a piedi. Non voglio pensarci: voglio che Santiago prenda tutto il posto che si merita dopo un mese di cammino. I giorni per arrivare anche a Finisterre ce li ho, avevo considerato nel prendere le ferie un margine di sicurezza per arrivare a Santiago anche nonostante eventuali imprevisti o soste forzate. Ora ho il margine ancora praticamente intatto, nove giorni da spendere. Non voglio pensarci. Non ora.

Ripartiamo tutti e tre insieme, ma presto ci troviamo a camminare ognuno per proprio conto. Io accuso calore e stanchezza e vado molto piano. Stefano ha già scontato il momento di crisi e dopo essersi rifocillato va a mille, non lo vedo più. Stefania la vedo ma rimane sempre ben davanti, almeno duecento metri che non provo e non riuscirei a colmare. E non voglio neanche: ho l’impressione che voglia stare un po’ da sola. Anche a me non dispiace. Che sensazione strana. Stai per arrivare e sei contento. Ma una parte di te ha amato così tanto il cammino che sentire la distanza che si assottiglia e si avvia a scomparire stringe un po’ il cuore. Il cammino è un paradosso, stanca ma dà più energia di quanta ne richiede. Dove prenderò la stessa energia da domani?

Inutile chiederlo a questa striscia di strada asfaltata che ormai ha rinnegato completamente il bosco. Passo accanto alla sede della televisione galiziana, enorme e isolata. Non c’è ancora grande continuità di edifici ma è chiaro che la periferia di Santiago si avvicina.

Il Monte do Gozo arriva insensibilmente alla fine della strada. Per prima appare la chiesetta di San Marco. Poi, voltandomi a sinistra, vedo la cima della collina occupata dal monumento che ricorda l’ormai storica giornata della gioventù del 1989, quando Giovanni Paolo II ha lanciato da qui il suo messaggio all’Europa, ha dato nuovo impulso al Cammino e ha cambiato per sempre l’aspetto di questo posto. Chi c’era (anche Etienne) racconta che l’intera collina era ricoperta di esseri umani, qualcosa di mai (e mai più) visto da queste parti. Ora lo stesso spazio è occupato dall’enorme ostello, decine di casermoni digradanti per più di cento metri verso valle. Comincia  non molto sotto il monumento e quando arrivi al primo edificio stenti a vedere la fine dell’intero complesso.

Il monumento è davvero brutto. Deve avere quindici, sedici anni al massimo ed è già pieno di ruggine e ossidi assortiti. Un cubo di circa tre metri sui cui lati si affollano Wojtyla, San Francesco, San Giacomo, simboli del pellegrinaggio e simboli poco comprensibili che forse vorrebbero alludere alla strada ma che lasciano freddi, non emozionano. Sul Monte della Gioia mi aspetterei qualcosa di più coinvolgente ed evocativo. Perdo ogni speranza quando, cercando di individuare il centro di Santiago dal punto più alto che riesco a raggiungere, mi accorgo che un gruppo di abeti nasconde proprio quella parte di panorama. Sono gli unici alberi rimasti su cocuzzolo dopo che è stata fatta la spianata per costruire monumento e ostello. O meglio, non sono “rimasti”. Sono in file troppo ordinate: sono stati piantati. Proprio lì. Ma per tutti i figli di Zebedeo, sembra un dispetto. Davvero difficile da spiegare. Pazienza che il monumento sia brutto. Pazienza che l’esigenza di costruire una struttura di accoglienza grande e funzionale abbia fatto abbattere un bel po’ di bosco. Ma come è possibile che un elemento di “arredo” verde dello spazio neghi l’unico motivo per cui questo posto è diventato quello che è? Il Monte do Gozo era il primo punto da cui i pellegrini riuscivano a vedere le guglie della cattedrale. E facevano festa, si abbracciavano e ringraziavano il Signore. Accadeva ancora neanche vent’anni fa. Ora il panorama è ancora notevole, ma l’unico elemento davvero importante è stato negato. Fatemi capire, grandi architetti. Se l’avete fatto apposta, perchè l’avete fatto? E se non l’avete fatto apposta, perché siete architetti?  Domande senza risposta in una sera di fine cammino.

Dopo la messa nella bella chiesetta di San Marco (che ha all’interno una strana statua in legno dell’evangelista con il libro in mano e due scarponi appesi in cintola) non resta che cercare un buon menu del pellegrino: siamo fortunati. Mai mangiato così tanto per sette euro.  Come “entremesas” abbondante selezione di rebanado mixto (affettati), poi una fiammenghilla enorme da dividere in tre di un originale stufato di tonno fresco con patate e altre verdure.

E alla televisione c’è Italia Spagna in diretta da Bari. Siamo due tavoli di italiani. Montolivo indovina il pallonetto. Monte do Gozoooooo!

Posted in Uncategorized | Leave a comment

Da Palas de Rei a Ribadiso de Baixo

This slideshow requires JavaScript.

Non è il rumore degli altri che mi sveglia questa mattina, ma il forte odore di canfora del radio salil, il magico unguento spagnolo che usa Stefania (e che tutti le abbiamo chiesto almeno una volta: il fatto è che funziona davvero, mentre il voltaren pare acqua fresca). Ma ieri ho preso un’aspirina e voglio massimizzare il riposo: parto “solo” alle sette, un’ora dopo gli altri. Ci voleva. Oggi la tappa dovrebbe (il condizionale ormai è d’obbligo: non mi fido più dei conteggi delle guide) essere più breve di ieri, circa 25 chilometri per Arzua.

Mancano ormai solo 65 chilometri a Santiago. A San Xulian do camino sono 62. La passeggiata è piacevole. Attraverso pascoli e frutteti,  poderi ben curati ai margini del sentiero. Poca la frutta selvatica, purtroppo. Gli “horreos” sono ovunque. Sono piccoli granai sopraelevati su colonne di pietra di forme varie, chiusi ai lati con assi di legno. Sono diversi giorni che li vedo ma in questa zona sono davvero tanti. Alcuni sono malandati, ma la maggior parte sono in funzione. Sono belli da vedere, ed è curioso vedere la campagna punteggiata da questi grossi bauli.

Fino alle nove e mezza si cammina ancora in pace, non c’è moltissima gente sul sentiero. Passo diversi paesi velocemente: Campanilla, Coto, Leboreiro (molto bello, e la piccola chiesa merita). Il percorso gode di buona manutenzione. Sono entrato da poco nel territorio della Coruna, la provincia che comprende anche Santiago. Mi avvicino alla cittadina di Melide. Attraverso una specie di parco urbano con del verde fintissimo in una zona industriale. Decine di targhe di bronzo attaccate a grossi cippi ricordano le convocazioni annuali del “capitulo general de la orden del camino de Santiago”, con gli elenchi dei nomi di quanti hanno partecipato. Non so nulla di questi “capitulos” e non voglio dare giudizi affrettati. Pero’ la sensazione che mi danno queste targhe sul sentiero non è positiva. Quest’ansia di fissare il proprio nome è un’ansia di possesso non dissimile da quella di chi imbratta i cippi chilometrici. Dei tanti anonimi pellegrini che nel medioevo si sono fermati a Santiago, prima di ripartire, per lavorare nei cantieri della Cattedrale non sappiamo nulla. Sappiamo solo che da uomini liberi e grati per quanto avevano vissuto hanno contribuito a costruire qualcosa di grande, di cui oggi tutti ancora godiamo.

Un bel ponte a tre campate introduce nell’abitato di Furelos, dove una piccola chiesa e’ presa d’assalto dai pellegrini. Neanche mezzo chilometro piu’ avanti comincio a entrare a Melide. Attraverso il centro moderno prima di salire verso il centro storico piu’ in alto. Un delizioso profumo invade la strada. Un furbo ristoratore si è messo a tagliare un polpo enorme proprio dalla finestra e me ne offre un pezzo infilzato in un forchettone. Sono appena le dieci e resisto, anche se a fatica. Se fossi passato soltanto un’ora dopo avrei capitolato facilmente. Sono dieci anni che sogno di gustare nuovamente il pulpo gallego o a la feria, una di queste sere ci darò dentro… e magari anche più di una.
Salgo al centro storico e mi fermo al “Castro” per rinfrescarmi, guardarmi attorno e scattare qualche foto. Niente di eccezionale, ma è pur sempre il luogo di un insediamento molto antico, circa duemila anni.

Appena fuori Melide vedo il cippo dei “meno cinquanta”. Passo un altro paesino e comincia un bel bosco di eucalipti: so che sarà il primo di una lunga serie da qui a Santiago. Molto piacevole camminare alla loro ombra e al loro profumo. Oltre un guado su un piccolo ruscello trovo, apparecchiato su una tovaglia stesa per terra, un “self service” di chai, il té indiano preparato con latte e una mistura di spezie, biscotti e dolcetti niente male. Offre tutto una ragazza di Barcellona che sta tornando a piedi da Santiago. Accanto a una scatola per il donativo c’è scritto, in spagnolo e inglese: “serviti liberamente e, se vuoi, lascia nella cassa magica un’offerta. Se non vuoi,  la tua gratitudine sarà sufficiente”. Oltre al fatto che il chai è preparato a regola d’arte, come si fa a non lasciare nulla?

Esco dal bosco e continuo a camminare per la campagna. Altri self service di frutta del luogo con cassetta per le offerte. La strada per Boente prosegue tra poderi alternati a pezzi di bosco in un sentiero sempre più affollato. Mi sono ripromesso di andare piano oggi ma mi accorgo che istintivamente sto accelerando di nuovo… deve proprio essere cambiato qualcosa. Non sento più neanche la sintonia minima necessaria per rivolgermi alle persone che incrocio. All’inizio era naturale farlo, il ghiaccio si rompeva in un istante. Ora c’è qualcosa che mi impedisce di farlo. Probabilmente intuisco che l’intesa con chi fa il cammino in un certo modo non sarebbe immediata.

Poi c’è anche un altro fattore: ormai i miei compagni di cammino sono quei tre o quattro con cui mi sono trovato meglio e con cui bene o male ho sempre camminato. A un certo punto ci si sceglie. Voglio arrivare a Santiago con Etienne, Stefania, Stefano, i marchigiani e il torinese. Sono tante facce, tante le persone interessanti che hanno dato gusto al cammino. Ma con quei cinque o sei c’è effettivamente qualcosa di più. Attendo dunque il solito messaggio di Stefania, so che arriverà. E infatti. Ho appena passato Boente quando vengo a sapere che si sono fermati nella località prima di Arzua, Ribadiso de Baixo. A mezzogiorno e mezza sono in coda per entrare, l’albergue aprirà tra un’ora e ci sono venti persone ad attendere per circa settanta posti. Mi mancano meno di tre chilometri. Questa volta ce la posso fare.

Accelero ancora. Però non voglio che i pellegrini davanti a me, per quanto un po’ estranei, diventino “i miei nemici” da superare e basta. Cammino veloce, ma senza affanno. Se arrivo in tempo bene, se no pace. L’ultima parte, peraltro, è una discesa abbastanza ripida sull’asfalto. Per non rallentare troppo appoggio bene tutta la pianta dei piedi, piego di più le ginocchia, abbasso il baricentro. Tecnica interessante, sembra efficace: riesco ad andare più veloce limitando l’azione di frenata e la fatica muscolare conseguente. L’importante è guardare bene dove metto i piedi, perché con questa pendenza e a questa velocità una storta sarebbe fatale. Supero una ventina di pellegrini. Arrivo a Ribadiso a tempo di record. Rispetto al messaggio di Stefania la fila è “solo” raddoppiata, alla fine sul ticket che l’addetta del municipal mi stacca risulto il numero quarantasei.

Il posto è davvero magnifico. Un ponte medievale (o forse più antico)  a cavallo di un ruscello che scorre tra prati e pascoli ben curati, all’ingresso del piccolo paese. L’albergue sta proprio accanto al ponte ed è una delle strutture di accoglienza più curate e razionali che abbia visto in un mese di cammino. I settanta posti sono distribuiti in tre dormitori soppalcati, non congestionati. I letti sono a castello ma hanno il giusto spazio vitale tra loro. I servizi sono in blocchi a parte, prefabbricati in legno con docce e lavatoi in cui c’è spazio per muoversi e tutto quello che serve. Tutto, o quasi: mi rassegno, il portasapone è un oggetto sconosciuto negli ostelli spagnoli. E diciamo anche che i cinque secondi di getto dell’acqua sono proprio pochi: passi più tempo a schiacciare il bottone che a lavarti. Ma è davvero l’unico difetto di un’ottima struttura.

Il bar ristorante accanto non è male. Ho fame e mi faccio un bel plato combinado con merluza y ensalada, poi stasera ci sarà tempo per il menu del peregrino vero e proprio. Poi mi stendo sul prato e mi dedico alla cura dei piedi, c’è qualche vescica di troppo e va “terminata”. Parlo ancora con Stefania. Etienne ci raggiunge e dice che ha trovato un ottimo posto per la messa su un prato poco distante. Lo seguiamo io, Stefania e un’altra francese che Etienne ha incontrato oggi. Ci porta a un pezzo di pascolo recintato con il filo spinato e stretto a cuneo tra uno sterrato secondario e il ruscello. Etienne vorrebbe preparare una specie di altare “sospeso” tendendo due corde tra due alberi e fissando la tovaglia tra le corde: un pazzo! Ci rendiamo conto presto che è impossibile far stare in equilibrio calice e quant’altro in quel modo. Allora andiamo a prendere un tavolino da una delle camerate e lo trasportiamo fino al pascolo. Cinque o sei mucche assistono sempre più perplesse e un tantino innervosite alle operazioni. Comincia così la seconda delle messe in stile “zoologico” del cammino. Se ad Atapuerca siamo stati circondati da centinaia di pecore e tre cani, qui a Ribadiso le mucche si dispongono dietro di noi, schierate come se partecipassero al rito. A un certo punto una attacca un muggito forte, prolungato e ripetuto. “Silenzio, c’è la messa!”, apostrofa l’officiante. E la mucca tace.

Posted in Uncategorized | Leave a comment

Da Ferreiros a Palas de Rei

This slideshow requires JavaScript.

Non l’avrei detto, ma nella camerata da profughi in realtà ho dormito benissimo. Tanto bene che non mi costa nulla alzarmi presto. Devo solo fare un po’ di attenzione a non calpestare esseri umani quando esco con le scarpe in mano e in punta di piedi. Questo posto mi è piaciuto. Mi ha sorpreso in positivo, anche se evidentemente è solo un ristorante che cerca di avere piú clienti,  non un vero albergue per pellegrini. È vero, è un po’ caotico. Ma è pulito, l’accoglienza è buona e hai tutto quello che serve.

Hai anche un cane simpatico, un botolo volpino che quando esci ti saluta festoso. Poi quando parti, ancora nel buio totale, chiama due suoi amici, un pezzato medio e un gigante nero che aspettavano da qualche parte in strada il segnale convenuto. E insieme ti scortano fuori dal paese e anche un po’ più in là: hai visto mai che tu faccia brutti incontri.

Riparto oggi da meno novantotto. Passare alle “due cifre” dopo quasi un mese di cammino fa un certo effetto: si comincia a pensare attivamente alla meta, a immaginarsi l’arrivo, a realizzare che è davvero alla portata. Questo pensiero mette un poco le ali ai piedi e fa andare più veloci del solito.  Ma sto attento a non forzare: il fastidio al tendine sembra tornare. Mentre scendo gradualmente di quota, attraversando piccoli paesi di cui vedo ben poco e tratti di bosco che si alternano ai pascoli, mi godo il silenzio e il raccoglimento di quest’ora. La luce arriva alle mie spalle proprio quando il paesaggio scopre le sue carte e rivela, oltre qualche lieve ondulazione e il paese di Vilacha, l’ampio letto del fiume oltre il quale sorge Portomarin.  Sono appena le otto, ma nove chilometri li abbiamo già archiviati. Scendiamo sotto i novanta.

Portomarin è un posto curioso. Un paese abbastanza grande che ha colonizzato un rilievo che sale rapidamente dal fiume. Due ponti molto lunghi e ancora più alti lo collegano alla parte di strada da cui provengono. Uno è davvero imponente, l’altro è quasi un ponte tibetano dedicato ai pedoni.  Per accedere al paese si prende una scala ripida come quella di una piramide maya che comincia alla fine del ponte stradale.  In cima alla scala c’è una piccola chiesa, ma il centro del paese è ancora da raggiungere.  Non mi spiego questo gigantismo architettonico e non ho voglia di approfondire,  il posto non mi ispira molto. Mi piacciono ancora meno i prezzi del bar in cui entro per la colazione: quattro euro e cinquanta per café con leche y tostada. Però incontro proprio qui un sacco di gente, compresi i marchigiani. Chiamo Stefania e Stefano che fortunatamente sono ancora qui,  hanno scelto soltanto (buon per loro) un altro bar. Mi raccontano che Etienne ha avuto un piccolo incidente: è scivolato e si è fatto quasi di faccia una decina di metri di sentiero sassoso. Ha un po’ di graffi e lividi ma naturalmente è ripartito in quarta,  e ora chissà dov’è.

Riprendiamo il sentiero tutti insieme. Finalmente riesco a parlare un po’ con i due marchigiani,  che mi sono molto simpatici. Roberta è un’insegnante di yoga, lavora in alcune scuole e in palestre private.  Gabriele è un tecnico di elettrodomestici. Ha fatto il militare e qualcosa di più in marina, ha navigato e quindi conosce molto bene Spezia.

Oggi stiamo camminando bene. La giornata si fa presto calda ed è quindi buona cosa avere sfruttato a dovere le prime ore del mattino. Dovremmo arrivare agevolmente a Palas de Rei: le guide lo danno a trenta chilometri da Ferreiros.  Verso mezzogiorno ci troviamo nuovamente nell’affollamento di ieri: gruppi sempre più folti senza zaino e con l’andamento da gita domenicale.

Il caldo si fa sentire. I piedi non sono d’accordo con tutte le mappe che abbiamo: scommetto un alluce che i trenta chilometri li abbiamo passati da un pezzo. Ormai riesco a fare stime abbastanza precise…

L’albergue prima di entrare a Palas de Rei è abbastanza grande. Ma la fila davanti è già molto lunga. A occhio dovremmo starci, ma non c’è neanche l’ombra di un alimentari attorno. Meglio stringere i denti e raggiungere la ciittadina. Solo due chilometri, si può fare.

Altro posto bruttino. Niente di rilevante per la memoria storica del cammino nel raggio che le poche forze residue ci consentono di esplorare. Nell’albergue municipale ci siamo aggiudicati gli ultimi tre posti disponibili, Etienne si sistema a pochi metri in uno dei tre o quattro privati. Mi sento un po’ debole, devo avere qualche linea di febbre. Di menu del pellegrino nei ristoranti neanche l’ombra. C’è inoltre la stranezza della cucina dell’albergue che è molto bella, ma non ha pentole. Naturale, tutti i pellegrini si portano nello zaino stoviglie liofilizzate o gonfiabili… mah.

Cena in un bar poco abituato a ricevere pellegrini. Uova con bacon e poco più, a prezzo salato. Mezzo calice di vino chiaramente annacquato a soli ottanta centesimi…

Però mangiando riesco a far parlare un po’ il triestino Stefano. Ci racconta delle sue esperienze da velista di buon livello. Chi impara la libertà dal vento prima o poi prova il desiderio di dirigere la prua verso Santiago. Con in poppa un vento speciale che, notoriamente, soffia dove vuole.

Posted in Uncategorized | Leave a comment

Da Samos a Ferreiros

Pero’ questa mattina dormo un poco di piu’, tutto quello che mi e’ concesso dagli orari di un albergue per pellegrini. Stefania ed Etienne no, partono come al solito tra i primi. Capisco: oggi abbatteremo la barriera dei “meno cento chilometri” a Santiago. Previsto l’avvento della pazza folla sul sentiero. Cento chilometri e’ il minimo per ottenere la “compostela” all’oficina del pelegrino di Santiago. Per me e’ davvero poco: cento chilometri si possono fare in quattro giorni comodi, in tre un po’ tirati.

Sono ormai le otto quando comincio a camminare. La pioggia di ieri e’ gia’ un ricordo lontano e oggi sembra il giorno ideale per camminare, fresco e soleggiato. Uscendo dalla conca di Samos continua la piacevole passeggiata nel verde brillante della campagna gallega, attraversando campi e fattorie e scavalcando piccoli ruscelli su ponti medievali e forse anche piu’ antichi. Castagni e alberi da frutto si contendono lo spazio e l’attenzione del pellegrino. Assaggio piccole mele e pere che si offrono da alberi selvatici, ai margini del sentiero e fuori dai poderi. I frutti sono piccoli e non belli da vedere, ma dolci e croccanti. Ma la sostanza di cui veramente abuso questa mattina sono le more: niente a che vedere con le poche acerbe e striminzite che ho trovato nella meseta, queste sono grosse, mature e dolcissime. Le manciate che riesco a raccogliere dai rovi meritano un rallentamento nella marcia, e per me non hanno prezzo.

Ad Aguiada finisce la deviazione e vedo volti conosciuti arrivare dal sentiero a destra. Mi fermo nel bar per la colazione e incontro due signore svizzere, piu’ sui sessanta che sui cinquanta, che sono partite il 20 aprile dal loro paese… complimenti. Di tutti i pellegrini che ho incontrato finora sono loro quelle che hanno fatto piu’ strada. Non fanno molti chilometri al giorno, ma procedono inesorabili.

Entro a Sarria. Citta’ non molto bella, a parte un poco il centro storico nella parte alta. All’entrata sono meno 113 chilometri a Santiago, all’uscita sono meno 111. C’e’ anche un cafe’ bar che si chiama “chilometro 111″. Ma il premio per il negozio con il nome piu’ insulso va sicuramente alla “Peregrinoteca”. Eh s¡. Gli ultimi cento chilometri regaleranno perle come questa, oltre alle crescenti difficolta’ logistiche. Uscendo da Sarria incontro un gruppo di quattro romani, tre ragazzi sui vent’anni e uno sui quaranta. Camminano lentamente, fanno un passo avanti e dieci indietri a fermarsi, a guardarsi intorno, e gia’ discutono in maniera un po’ polemica tra di loro su come si cammina e come non si cammina. Domando se stanno partendo ora: la risposta affermativa non mi stupisce. Saluto e cerco di allungare il passo.

Ricominciano gli alberi da frutto allo stato brado. Le mele sono davvero squisite. Dove potrei fermarmi stasera? Portomarin e’ lontano, Barbadelo e’ troppo vicino. Quando passo davanti all’albergue noto gia’ una discreta coda davanti alla porta. Sia come sia, proseguo. Arriva un messaggio di Stefania: lei, Etienne e Stefano si sono fermati a Ferreiros. Ventidue posti, per ora sono in dodici. Mancano sei chilometri. Ce la faro’? Non lo so, ci provo. Se non riesco, dopo altri tre chilometri forse trovero’ posto. E se proprio non ci sara’ niente da fare mi tocchera’ il tappone fino a Portomarin.

Vorrei non pensare al problema della sistemazione e godermi la campagna. Ma non ci riesco piu’ di tanto. Purtroppo cambia un po’ la percezione della strada. Se la stanchezza o la difficolta’ del sentiero non hanno mai prevalso sulla bellezza del cammino, il pensiero di essere in “competizione” per un posto con chi sta camminando genera un poco di inquietudine. Anche perche’ vedo cose che non mi piacciono: grupponi di venti, trenta persone che camminano senza zaino, che fanno cagnara, che neanche si guardano intorno. Camminare l¡ o da un’altra parte non cambierebbe nulla, immagino. Cerco di accelerare, ma senza forzare troppo. Un altro messaggio di Stefania mi toglie la speranza: ancora due posti e mi mancano ancora piu’ di tre chilometri. Mi metto il cuore in pace, anche se continuo ad andare veloce. Passo dal cippo del chilometro “meno cento”. Fotografia di rito e nuove conferme della stupidita’ e della caduta di stile che questo tratto di cammino deve sopportare: la pietra miliare e’ completamente ricoperta di scritte a pennarello. Il raccoglimento di Roncisvalle e’ ormai molto lontano.

Arrivo a Ferreiros, un paesino minuscolo perso nella campagna. Non raggiungo neanche l’albergue, che non sta precisamente sulla strada: vedo Stefano seduto al bar, mi conferma che ormai e’ completo. Chiedo di salutare gli altri e mi rimetto in cammino. Sono un po’ stanco, non ho ancora riassorbito la fatica degli ultimi due giorni e tre chilometri in piu’ (come minimo) non saranno semplici da fare. Ma circa trecento metri dopo, in fondo a una discesa, vedo un ristorante pieno di gente accanto alla piccola chiesa romanica “de murallos”. Un cartello dice che ci sarebbero anche posti per dormire. Strano, non risulta dalle guide e dalle informazioni che hanno raccolto gli amici che si sono fermati poco prima. Chiedo. Una signora molto indaffarata a servire ai tavoli mi dice che c’e’ posto, ma non in modo proprio convinto. Quanto costa? Invece che rispondermi mi mette una mano sulla spalla, accenna un mezzo sorriso e mi invita a seguirla.

Sul retro del ristorante c’`un altro piccolo edificio. Entriamo. Una camerata  di una cinquantina di metri quadri piena di materassi pressati uno contro l’altro, stile Lampedusa. La signora guarda la mia reazione non proprio entusiasta, capisce che ho realizzato il tipo di offerta e finalmente risponde alla mia domanda: “quatro euros, si quieres”. Insomma donativo, con cifra solo suggerita. La proposta mi sembra onesta. Guardo meglio la camerata e individuo un letto ancora libero vicino all’unica finestra che potrebbe garantirmi un po’ di spazio e distanza vitale dagli altri. Accetto.

Mando un  messaggio a Stefania e poi mi dedico al bucato, ormai urgente. Anche se il posto non e’ proprio il massimo sono contento di poter passare la serata con gli altri. Il ristorante, peraltro, mi sembra niente male, la sera fanno menu per pellegrini a prezzi differenti. Forse e’ meglio del bar accanto all’albergue municipal: invito gli altri a raggiungermi per la cena. Arriva Stefania che vuole vedere la chiesa. Da fuori e’ piccola ma e’ veramente bella, peccato che sia chiusa. Un pannello informativo spiega che e’ stata spostata pietra per pietra dalla collocazione originaria. Curioso.

Il ristorante mantiene cio’ che aveva promesso. Ottima cucina, davvero: le solite cose di questi giorni (caldo gallego, poi carne o pesce) ma molto gustose. Facciamo una bella tavolata da sei con due francesi in piu’: una signora, Veronique, e Michel, ormai una vecchia conoscenza. Anche lui ha trovato posto nella baracca da profughi all’ultimo momento. Alla fine della cena offro un “chupito” a tutti: ho intravisto un liquore interessante e lo voglio provare. Buona intuizione: e’ una versione casalinga del tradizionale licor de hierbas gallego. Forte, una bella mazzata. Ma da’ un tocco di allegria alla fine della serata. Dopo che gli altri sono rientrati rimango ancora un’oretta nel locale a chiacchierare con Ullrich, il controtenore tedesco che avevo conosciuto a Villar de Mazarife. Qualche bicchiere della staffa di vino e licor de hierbas e passiamo in rassegna un po’ di vita e di impressioni di questi giorni. Mi congedo quando sono prossimo allo svenimento; lui probabilmente regge meglio di me e rimane, guardandosi intorno per cercare altri compagni di bicchiere.

Posted in Uncategorized | Leave a comment

Dal Cebreiro a Samos

This slideshow requires JavaScript.

Le previsioni del tempo, purtroppo, erano azzeccate. Questa al Cebreiro e’ una delle poche notti, in quasi un mese di cammino, in cui trovo pioggia e vento. Pioggia non fortissima, ma che comincia nel cuore della notte e continua costante senza fermarsi. Il cielo e’ completamente coperto. Addormentarsi non e’ stato immediato come e’ sempre accaduto dopo ogni giornata di cammino, ma quando ci riesco dormo davvero, nonostante il vento e l’umidita’. E Stefania si addormenta ben prima di me.

Sono ben coperto. Tengo la felpa e ho la mantellina per la pioggia sopra il sacco a pelo della Ferrino chiamato a un test importante, brillantemente superato (altrettanto non si puo’ dire per lo zaino della stessa marca, che non mi ha soddisfatto per niente). Avere caldo e’ un’altra cosa, ma non soffro. Insomma, il riposo e’ concesso anche in questa notte cosi’ particolare. Anche se il risveglio e’ ancora anticipato rispetto alle ultime mattine.

Alle cinque e qualcosa siamo in piedi. Biscotti e succo d’arancia comprati ieri, in attesa di qualcosa di caldo che pero’ ci dovremo guadagnare con qualche ora di cammino. Mantellina, torcia accesa e si parte. Buio, pioggia, fango. Scendendo dal Cebreiro passiamo a tratti in mezzo al bosco fitto, a tratti sulla strada e attraversiamo minuscoli paesini ancora immersi nell’oscurita’ e nel sonno. Non sempre e’ facile vedere i segnali. Fortunatamente molti altri sono gia’ in cammino: in tanti e’ piu’ facile. La discesa non dura molto: si ricomincia a salire, senza grandi impennate.

Siamo ancora in una dimensione pressoche’ antelucana quando arriviamo all’Alto de Poio, dove troviamo anche il primo bar aperto per la colazione, mai cosi’ desiderata: il cafe’ con leche che scende nello stomaco non sembra incandescente come al solito, e’ soltanto una benedizione. Indispensabile, dopo la notte che abbiamo passato. Ma se sapessi cosa mi attende ne prenderei almeno altri due. Riprendiamo a salire, ma giusto quel poco che manca per scollinare. Ormai fuori dal bosco piu’ fitto e nella luce che vince qualche metro in piu’ di nebbia intravediamo la prossima sfida: una discesa lunghissima, scoscesa e nel sentiero fangoso. Pioggia e vento non accennano a diminuire. Anzi, cambiando versante il vento si fa sentire di piu’ e nebulizza la pioggia sottile in ogni direzione. La mantellina fatica a stare al suo posto. Triacastela, possibile meta di oggi, e’ ancora lontana: dodici chilometri di discesa da fare nelle condizioni peggiori. C’e’ quasi da rimpiangere quella di due giorni fa dal monte Irago.

Il paesaggio che si intuisce ogni volta che prendiamo coraggio e mettiamo il muso fuori dal cappuccio parrebbe interessante. La Galizia mi piacera’, lo so per il ricordo che ne ho di un viaggio di qualche anno fa e per quello che ho potuto vedere nelle guide. Ma questa mattina non sembra ancora arrivato il momento di godersela. Sennonche’, a meta’ discesa quando le gambe e i piedi cominciano a dare segni di sofferenza e il rischio di rovinose cadute si fa sempre piu’ concreto, la Galizia porge ai pellegrini bagnati e infreddoliti il suo primo grazioso regalo: l’arcobaleno. Uno dei piu’ belli che abbia mai visto: centottanta gradi che partono dalla piana sottostante e scavalcano elegantemente il rilievo che stiamo scendendo. Mai stato cos¡ vicino alla pentola d’oro, ma tutte le ricchezze della terra non mi farebbero allungare di un passo il percorso accidentato che sto macinando con pazienza. Ad ogni modo grazie, Galizia: non dubitavo che fossi contenta di accoglierci.

Alla fine anche Triacastela arriva. Ho perso la cognizione del tempo: abbiamo cominciato a camminare alle cinque e mezza con solo una breve sosta per la colazione e adesso, quando varchiamo la porta di un bar affollatissimo (dove troviamo i cari marchigiani, il torinese e addirittura Etienne, questa volta di rincorsa ma performante sul sentiero come sempre) e’ gia’ l’una passata. Stento a crederlo. Quanto siamo stati lenti? Ma non importa. Ora occorre decidere cosa fare. La pioggia finalmente e’ cessata, ma le scarpe sono zuppe. Esco dal bar, mi siedo sull’erba bagnata e me le tolgo. Erano piene di pietrisco e neanche me ne ero accorto. Faccio asciugare un po’ i piedi e le calze all’ aria fresca; nelle scarpe un po’ di carta presa in bagno per togliere almeno l’acqua, se non l’umido.

In fondo all’ampio prato su cui sono seduto c’è l’albergue. È ancora chiuso, ma una lunga fila di zaini già comincia dalla porta e si inoltra nell’erba. La mattina di tempesta ha fatto diventare questo grazioso paese, importante per la storia del cammino, una terra promessa. Forse è il caso di seguire Etienne, che vuole prendere la deviazione per l’abbazia di Samos.

Deviazione… e’ difficile considerarla tale. Samos e’ un centro storicamente molto importante. Certo, la via piu’ breve, quella che percorrevano la maggior parte dei pellegrini, e’ oggi occupata dalla carretera. Ma e’ ragionevole pensare che molti facessero questi pochi chilometri in piu’ in mezzo al bosco e al verde della campagna gallega per raggiungere il grande complesso benedettino.

Non so come, ma nonostante la fatica della mattina la pausa non lunghissima (meno di un’ora) mi e’ sufficiente per rimettermi in forze. Quando mi rimetto sul sentiero con Etienne e Stefania sembra che la stanchezza sia gia’ sparita. Sono dieci chilometri scarsi da fare, finalmente senza pioggia e in mezzo a un bosco di alberi secolari, di un verde piu’ brillante di quello che abbiamo visto finora, il verde di un bosco e una campagna umidi e rigogliosi che gia’ sentono l’influenza dell’atlantico. Potremmo essere in Bretagna, o in Galles, o forse addirittura in Scozia e non sarebbe molto diverso.

I piedi fanno un po’ male e la stanchezza si fa sentire negli ultimi chilometri. Il sentiero nel bosco si fa sempre piu’ bello e interessante. Passiamo sopra lastricati e accanto a muri di contenimento secolari, dalla luce all’ombra e poi di nuovo alla luce, in questi toni di verde e di azzurro magici. Sul fondo di una conca che si apre improvvisamente vediamo finalmente l’abbazia, oltre il corso del fiume Ouribio che qui fa un ampio giro quasi ritornante su se stesso, a delimitare lo splendido e imponente complesso di chiesa e monastero.

Il dormitorio per i pellegrini e’ di circa sessanta posti. Con mia grande sorpresa trovo all’accoglienza il texano Elias, che avevo conosciuto a Estella. Mi riconosce all’istante e mi saluta con calore. Mi racconta degli italiani “with the guitar” che sono transitati da qui qualche giorno fa. Guarda la mia credencial, vede che sono partito dal Cebreiro e si complimenta per il “good walk”… ma probabilmente nella chiacchiera ci distraiamo entrambi, e dimentica di mettermi il sello! Disdetta. L’unico che manca…

E’ sabato, pensiamo di prendere la prefestiva alle 19.30. Un’ora prima c’e’ un matrimonio. Vediamo sfilare gli invitati che scendono da macchinoni e con vestiti un po’ pacchiani. Devono essere sposi importanti, ci sono anche un po’ di telecamere. Ci tuffiamo dentro anche noi, una trentina di pellegrini in attesa della fine della cerimonia. Vola il riso, alcuni ragazzi fraternizzano con alcune pellegrine invitandole scherzosamente alla cena.

Finalmente entriamo. La chiesa all’interno e’ molto grande e scenografica, ma non mi piace. L’impressione complessiva e’ di essere piu’ in un centro di “rappresentazione del potere” che in un centro di spiritualita’. La messa comincia con un ritardo di mezz’ora e nonostante questo e’ troppo lunga e strascicata. I pellegrini avrebbero ancora da mangiare, prima di andare a dormire secondo gli orari rigidi della stessa abbazia…

Il menu del pellegrino al bar di fronte all’albergue e’ dunque consumato velocemente, ma e’ di buona qualita’. Ancora “caldo gallego”, diverso ma molto gustoso da quello del giorno precedente, poi scelta tra ottimi platos combinados di carne o di pesce.
Se penso alla notte precedente e a tutti i chilometri e alla fatica del mattino mi sembra incredibile di essere ancora sveglio e di avere voglia di scherzare e di parlare alle dieci passate. Se riuscissi a capire la formula di questa energia che da’ il cammino potrei imbottigliarla e diventare ricco.

Posted in Uncategorized | 1 Comment

Da Villafranca del Bierzo al Cebreiro

This slideshow requires JavaScript.

Sempre piu’ presto: si parte prima delle sei. Come si fa a stare a cuccia quando il Cebreiro e’ li’ fuori in alto che chiama e aspetta? Il Cebreiro e’ l’ultima grande salita del cammino. Cambia tutto: regione, clima, paesaggio. E’ un luogo caro a tutti i pellegrini, e’ un santuario in posizione isolata e panoramica. Se alla Cruz de Hierro ci siamo lasciati il dolore passato alle spalle, salendo al Cebreiro proviamo le forze per la vita che verra’ dopo, quando saremo giunti alla meta.

Come in tutte le tappe di montagna che fanno selezione, il gruppo parte compatto ma presto si sgrana. Etienne sparisce presto all’orizzonte, i marchigiani rimangono un po’ indietro rispetto a me e a Stefania che continuiamo imperterriti la nostra lunga conversazione. Stefania e’ una delle sorprese piu’ gradite del cammino. Sapevo che in questi giorni avrei pensato a molte cose, sapevo che avrei trovato ancora le tante questioni su cui rimugino da anni, forse un po’ troppo. Ma non speravo di incontrare qualcuno che mi avrebbe aiutato a ricapitolare tutto in maniera utile, ascoltando e discutendo con intelligenza e discrezione. Davvero un grande regalo. Posso dire di avere una nuova, grande amica.

La salita comincia e si fa anche dura, ma la sento poco. Quanti castagni. Mi sento un po’ a casa. A tratti questi boschi potrebbero essere quelli della Lunigiana o della Val di Vara.

Lo strappo più impegnativo comincia dopo Vega de Valcarce, quando il sentiero abbandona decisamente ogni contiguità con la carretera, e raggiunge la massima pendenza sugli stretti tornanti lastricati nel bosco che portano alla Faba. Come in tutti i passaggi del cammino più belli e giustamente celebrati dai pellegrini, anche qui sembra non soltanto di avanzare verso la meta ma anche di abbattere qualche barriera temporale. Il pellegrino di ieri come quello di oggi, stessi piedi sullo stesso sentiero, stessa speranza, stesso destino del viaggio e della vita in gioco, passo dopo passo.

La Faba è un paesino aggrappato alla montagna e immerso nel bosco, con una fonte di acqua freschissima. C’è un albergue che dicono meritevole. Etienne si è fermato qui, abbiamo saputo. Le due simpatiche ragazze di Alba che ieri hanno cenato con noi fanno altrettanto. Incontro (per la prima volta dopo Leon) Tristan e Marcel. Tristan mi annuncia di essersi perdutamente innamorato di una ragazza austriaca, mi saluta con affetto e si rituffa nel bosco all’inseguimento della sua amata, come un cavaliere medievale. Marcel mi offre due fette di salame tagliandolo per me a sezione generosa. Quello che ci vuole per l’ultima parte della salita.

Siamo ormai quasi in cima. Il bosco gradualmente si dirada e permette di apprezzare il profilo delle montagne. Entriamo in Galizia! Finalmente cominciano i cippi che segnalano ogni mezzo chilometro la distanza da Santiago. Tra arbusti fioriti e pascoli la meta di oggi non si annuncia con apparizioni scenografiche. Il sentiero prosegue quasi parallelo al crinale, pochi metri sotto, ma un cartello e il solito freccione giallo invitano a tagliare corto: guarda a destra e fai dieci passi verso l’alto, sei arrivato!

Che emozione vedere il campanile della piccola chiesa millenaria emergere dall’ampio prato retrostante. Ma c’è tempo per la visita: dobbiamo trovare un posto per la notte.

E qui comincia uno dei passaggi più difficili, ma in fondo anche più belli, di tutto il cammino. L’albergue municipal, brutta costruzione in fondo al paese posta nel punto in cui il cammino ricomincia a scendere, e’ completo. Temevamo uno scherzo del genere: non basta piu’ arrivare all’una e mezza. Il Cebreiro purtroppo non e’ solo un santuario, e’ anche una meta turistica. Molti arrivano in auto (il sentiero si incrocia qui nuovamente con la statale) per mangiare in uno dei tanti ristorantini del villaggio in stile montanaro e magari dormire in uno degli albergue privati. Io e Stefania vorremmo fermarci qui. Chiediamo se e’ possibile dormire per terra, come gentilmente e’ stato concesso a Ponferrada. La risposta e’ un no. Secco. Eppure nei diversi diari di viaggio che ho letto si racconta di molti che arrivano anche tardi al Cebreiro e dormono dove capita, sia dentro che fuori. La stessa Stefania, che ha gia’ fatto questa parte di cammino otto anni fa, ha ricordi diversi. Cosa e’ cambiato?

Nella speranza di scoprirlo e di trovare una sistemazione torniamo verso il centro del paese. Entriamo in chiesa. Troviamo un frate francescano minore, barbuto e segaligno. Gli chiediamo il “sello” per la credencial, e poi… sarebbe possibile dormire in chiesa? Siamo peregrinos!. Risposta: no, perche’ in chiesa ci sono oggetti di valore. Ah. Grazie per la fiducia. E complimenti per il genuino spirito di accoglienza francescano.

Cominciamo a tirare qualche prima, parziale somma. Il Cebreiro, che e’ uno dei luoghi sacri piu’ importanti del Cammino, non prevede accoglienza religiosa, neanche in forma simbolica minima. C’e’ solo un albergue municipal che esaurisce i posti subito perche’ arrivano sedicenti pellegrini senza zaino o con poco ingombro che dopo pochi chilometri di salita si piazzano davanti all’ingresso. Ma questo sarebbe ancora il meno, se il Cebreiro nel suo complesso prevedesse di far fronte a qualcosa che dovrebbe essere nel suo dna: l’accoglienza di tutti i pellegrini che arrivano dopo una delle salite piu’ dure del cammino, in qualsiasi modo. La chiesa, a onor del vero non un convento di francescani ma una chiesa diocesana che e’ stata data in gestione ai francescani per la semplice apertura e la celebrazione della messa, non dispone piu’ da tempo dell’edificio accanto ne’ per l’accoglienza ne’ per altri scopi: e’ stato venduto e ora e’ un albergue privato come gli altri.

Andiamo all’ufficio turistico. Proposte: una camera in albergo a prezzo d’albergo. Non e’ per il prezzo (non esoso, peraltro), rispondo, ma siamo pellegrini e vorremmo essere accolti da pellegrini. Niente. Ci sarebbe un servizio di trasporto che ci porta in paesi vicini  e poi domattina ci riporterebbe qui per riprendere il cammino da dove l’abbiamo interrotto. Gentilmente ribatto ancora: siamo pellegrini, non vogliamo usare mezzi di trasporto neanche per deviazioni.

Non so. Ormai forse ci siamo un po’ intestarditi, ma ci sembra davvero inaccettabile non essere accolti da pellegrini proprio qui. Ci vorrebbe poco, pensiamo. Chiediamo di dormire in terra da qualche parte, mica di avvolgerci in broccati e stenderci su letti a baldacchino. Mentre pensiamo al da farsi andiamo a mangiare. Almeno su questo non restiamo delusi: un ottimo menu del pellegrino a nove euro, “caldo gallego” (minestra di carne e verdure, molto saporita) e manzo arrosto con patate, tutto ottimo e abbondante. Continuando a parlare, e corroborati dal buon cibo e dall’ottimo vino, prendiamo la decisione: continueremo a bussare a qualche porta. Poi, se non troveremo altre soluzioni, ci accomoderemo al riparo del portico della chiesa dopo l’orario di chiusura.

Torniamo al municipal. Davvero non possiamo dormire nel corridoio? Lo spazio c’e', cosa vi costa? No, non e’ possibile, le regole lo impediscono. Belle regole. Fatte da chi e per chi? Forse per gli albergatori che aspettano come avvoltoi i pellegrini stanchi che rimangono fuori dall’ostello. Possiamo fare la doccia? S¡, a cinque euro. Cosa? Dovrei pagare lo stesso prezzo che pagherei per dormire per farmi una doccia? E’ come dire: no, non potete fare la doccia. Ultima domanda, non per ottenere qualcosa ma per vedere fin dove si spinge la negazione dell’accoglienza: possiamo dormire fuori al riparo della tettoia davanti all’ingresso? Breve pausa. L’addetta non dice ne’ s¡ ne’ no, ma fa notare che come posti coperti esistono anche la fontana al centro del paese e il portico della chiesa. Insomma, se proprio volete fare i barboni fate in modo che gli albergatori non pensino che siamo stati noi a darvi il permesso. Scuotiamo la polvere dai calzari e torniamo indietro.

Il tempo e’ ancora bello, ma le previsioni minacciano pioggia per domani. Forse anche per stanotte… Ci stendiamo un po’ sul prato a sonnecchiare: ci portiamo avanti con il lavoro. Ci riposiamo e accumuliamo calore come pannelli fotovoltaici. Poi riprendiamo la nostra chiacchierata, sempre piu’ a fondo delle nostre vite e di cio’ che significa camminare, sicuramente aiutati dal gesto di “protesta” che abbiamo deciso di fare insieme, da compagni di pellegrinaggio. “Scrivi Frate Leone, questa e’ perfetta letizia“. L’allegria non manca.

Alle sette andiamo a messa. Santa Maria la Real, una bellissima chiesa del nono secolo, e’ stata teatro di un famoso miracolo eucaristico. In una teca ci sono ancora il calice e le ampolle. Affascinanti. Saranno questi gli oggetti di valore che potremmo trafugare da ribaldi o infrangere da incauti? Non so, puo’ darsi. Pero’ in cima alla navata destra c’e anche un enorme schermo al plasma che segue le fasi del rito suggerendo le frasi in due lingue, intervallate da orrende immagini disegnate, stile testimoni di geova. Che tristezza. Come e’ possibile che tanta bellezza e tanto squallore stiano cos¡ gomito a gomito? La domanda mi rimbalza ancora in testa quando, di nuovo sul sagrato, ci mettiamo a chiacchierare con un frate giovane dall’aria simpatica. E’ un italiano, un novizio di bari. Ha appena finito il cammino e stara’ al Cebreiro per qualche giorno. Gli diciamo la nostra intenzione di dormire proprio li’ e gli spieghiamo la nostra delusione. Non e’ possibile che al Cebreiro non ci sia un’offerta di accoglienza religiosa. Lui non puo’ dire cio’ che pensa, ma fa capire di condividere.

Prima di affrontare la notte rimane da risolvere un problema. Stefania ha solo il sacco lenzuolo, non il sacco a pelo: e’ dura affrontare la notte al cebreiro. Ci pensa “sorella provvidenza”: incontriamo una coppia di brescia, che Stefania conosce. Si sono sistemati in uno degli alberghi. La ragazza non ci pensa due volte: sale su in camera, prende la sua coperta e la da’ a Stefania. Bene, ma per restituirla? Nessun problema: la lasceremo domani mattina (molto presto, presumibilmente) in un luogo convenuto sotto la loro finestra.

Alle nove la chiesa chiude. Mentre aspettiamo c’e’ tempo per chiacchierare ancora. Poi prendiamo possesso dei nostri letti da pellegrini. Portico ampio e ben coperto, una sciccheria. In attesa di arrivare al Portico della Gloria di Santiago, per stasera abbiamo il portico della perfetta letizia. E scusate se e’ poco.

Posted in Uncategorized | 1 Comment