Dormo bene, ma poco. La sera sono insolitamente disciplinato nel preparare lo zaino per il giorno dopo: non voglio perdere tempo. E soprattutto voglio essere sicuro di partire con gli altri. Ieri sera ho chiesto a Etienne, Stefania e Stefano di fare gli ultimi cinque chilometri insieme e di arrivare uniti. Sono solo loro che negli ultimi giorni hanno sempre camminato con me. Riconosco tutti quelli che ho incontrato come compagni di pellegrinaggio, ma loro hanno un posto particolare.
E che si vuole da me, che parli delle difficoltà del cammino di oggi? Cinque chilometri sull’asfalto in leggera discesa, al fresco dell’alba e quindi senza caldo né traffico? Si chiede che dica di cosa abbiamo parlato? Di niente, o quasi. Tutti e quattro assorti nei nostri pensieri, ma insieme, non da soli. Non ve l’ho detto ancora, ve lo dico adesso: mi avete fatto più compagnia in quell’ora di silenzio e di tensione piena di attesa che in tutto il resto del cammino. Quel silenzio che nasce spontaneo nei momenti in cui le parole sono superflue, e che è riflesso di amicizia e compagnia vere.
Quando entriamo per la Porta do Camiño è già abbastanza chiaro. Ma il centro storico è ancora quasi deserto e silenzioso. Sono passati dieci anni dalla mia unica visita a Santiago, non ricordo bene le strade. Quindi rimango un po’ sorpreso quando vedo spuntare il profilo della Cattedrale sulla sinistra, mentre percorriamo la strada in discesa che passa davanti al Seminario Maggiore e a San Martin Pinario. A quel punto vorrei rallentare. Vorrei che ogni passo si dilatasse indefinitamente, vorrei ricapitolare in ogni centimetro mancante tutto il gusto, la grazia, la grandezza di questo cammino. Sembra quasi crudele, sembra ingiusto finire. Camminare ancora, come fare? Come faccio domani? Non è paura, è solo un senso di vuoto. Immediato e leggermente traumatico, lo scavo di una pietra nell’acqua quando incontra la superficie. Crea quello spazio che dura un attimo, poi tutto viene nuovamente riempito. Passiamo sotto l’archivolto, giriamo a sinistra e siamo in Praza do Obradoiro. Sono le sette e trentacinque dell’undici agosto 2011, giorno di Santa Chiara.
Mi piace il raccoglimento che trovo: è stata una buona scelta arrivare a quest’ora. Pochi altri pellegrini punteggiano la grande piazza rivolti verso la facciata di gusto barocco ma di slancio gotico. Alcuni in piedi, alcuni seduti, alcuni sdraiati. Guardano quelle pietre fiorite di licheni come se fossero la faccia di qualcuno che sta parlando loro. Anche noi facciamo così. Siamo contenti, siamo commossi, siamo arrivati e ancora non ce ne rendiamo conto, forse semplicemente non lo accettiamo. Vedo l’olandese Mieke che arriva poco dopo di noi, ha già i lucciconi agli occhi, mi guarda e dice “Ehi Alessandro, that’s the moment…”. Le sorrido e non trovo parole per risponderle. Penso soltanto che davvero questo momento me lo ricorderò per sempre. Abbraccio i miei tre compagni e tutti quelli che riconosco.
Qualche foto di rito, poi subito all’Oficina de Acogida de Peregrinos. È ancora chiusa, ma mettiamo i nostri zaini già in coda per quando aprirà, siamo tra i primi. Poi una meritata colazione.
L’impiegata dell’Oficina non ha bisogno di molte spiegazioni: la mia credencial , con timbri regolari ogni giorno [tranne quello di Samos... zitto, zitto
] è abbastanza eloquente. In un attimo mi rilascia la Compostela con il nome rigorsamente in latino e in accusativo, Alexandrum. Anche il motivo del pellegrinaggio (“religioso”, non “spirituale” o “personale”) è specificato sulla credencial e non ha bisogno di domandarlo. La messa del pellegrino sarà solo a mezzogiorno. Abbiamo tutta la mattina per girare la città, per vagabondare un po’. Lasciamo lo zaino in deposito e ci sparpagliamo. Io e Stefania andiamo però subito all’ufficio turistico. Vogliamo chiedere informazioni sull’ospitalità in città. Stefania vorrebbe andare dai francescani. Stranamente l’impiegata dice che i francescani non fanno accoglienza per pellegrini “semplici”, solo poveri e nullatenenti. Strano: verifichiamo in breve che si tratta di un’informazione del tutto sbagliata. Il problema vero è però che i francescani non consentono soste superiori a un giorno. Allora optiamo per il seminario minore, che aprirà all’una e mezza.
Breve giro in città, poi in cattedrale in attesa della messa. La chiesa è stracolma. Stefania non ci sta a rimanere accalcata in fondo e, tirando fuori una grinta da concerto rock, arriva fino alle prime panche e fa pressione sugli addetti al servizio d’ordine con il saio giallo blu che sembrano usciti da un cartone animato giapponese. Mi metto sulla sua scia e inspiegabilmente guadagnamo due posti nel “parterre”, nelle poche panche che stanno attorno al presbiterio, all’incrocio della navata centrale con il transetto. Siamo a un passo dai celebranti e dal mitico botafumeiro. L’elenco dei pellegrini arrivati, diviso per nazionalità e per località di partenza, è molto lungo, letto velocemente in spagnolo. Mi distraggo e non ritengo l’informazione fondamentale: quanti italiani da Saint Jean Pied-de-Port. Farò delle ricerche quando tornerò a casa… da qualche parte il dato dovrebbe risultare. I celebranti sono molti e tutti, credo, pellegrini. C’è anche Etienne. E altri volti noti che ho incrociato diverse volte durante il cammino e che non avevo ancora identificato come sacerdoti.
Sappiamo che il rito del botafumeiro non viene fatto tutti i giorni ma in occasioni speciali. Oltre alle feste liturgiche c’è anche la possibilità che un gruppo di pellegrini lo richieda, lasciando un’offerta adeguata alla Cattedrale. Non so se è per la ricorrenza di Santa Chiara o per una richiesta di un gruppo, ma con nostra grande soddisfazione prima della fine della celebrazione vediamo armeggiare i “tiraboleiros”, gli addetti che fanno oscillare il grande incensiere per un raggio di circa sessanta metri nella navata centrale. E noi siamo nella posizione migliore (anche per prenderlo in faccia in caso di manovre sbagliate…). Realizzo così il filmato che agevolo qui sotto
Dura quasi cinque minuti. A chi vuole vederlo suggerisco di notare alcune cose: il momento in cui il botafumeiro viene spinto nella navata con un “salto”, che dal vero è molto impressionante; il canto che accompagna il rito, solenne e dolce insieme, un po’ “rotto” dall’esecuzione a squarciagola da una signora proprio dietro di noi che sembra il capo degli ultras, quelli che non se ne perdono mai una; la velocità impressionante che prende l’oggetto nella fase centrale della sua corsa, al massimo della spinta; la perfetta sincronia dei tiraboleiros; la mossa elegante di quello che sembra il più esperto di loro, che fa quasi un passo di danza per afferrarre e arrestare l’incensiere alla fine; i celebranti che sembra stiano guardando una partita di tennis.
Il portico della gloria è completamente coperto dai teli per il restauro, che finirà soltanto nel 2012. Pazienza, mi toccherà tornare presto… L’altro classico del pellegrino il giorno dell’arrivo è l’abbraccio del busto in argento dell’apostolo. Si accede da dietro attraverso una scaletta, si abbracciano le spalle e poi si scende dalla parte opposta per la visita alla cripta sotto l’altare dove ci sono quelli che la tradizione accredita come i resti di San Giacomo e di due suoi compagni.
Si formano code molto lunghe (abbiamo atteso mezz’ora) in cattedrale per questo gesto. Che non riesco a vedere come un atto di devozione “old style”. Un abbraccio non è come un bacio deferente o un inchino dinnanzi al “sacro” tout court. Un abbraccio è tra sodali, tra compagni di vita e di strada, tra amici che si riconoscono. Si abbraccia perché si riconosce un’affinità, un’appartenenza comune. L’abbraccio è fisico, è affettuoso, è tra pari. Questa è la spiritualità giacobea che si respira a Santiago e in tutto il Cammino. Si cammina verso una meta per trovare qualcosa o qualcuno, per colmare una distanza. Vai a trovare l’amico Giacomo. E quando l’hai trovato, lo abbracci.
Sto pensando a queste cose mentre, dopo l’abbraccio, scendo la scaletta verso la cripta. L’uomo che la tradizione vuole sia in quell’urna di argento ha abbracciato Gesù. Io ho abbracciato lui. Cos’altro è la Chiesa se non la continuazione di questo abbraccio? Forse è anche tante altre cose, non lo so. Ma se mancasse la continuità di questo abbraccio probabilmente non esisterebbe più da un pezzo.
Il seminario minore è molto grande. Le camerate sono immense, gli spazi comuni non sono da meno. Bisogna camminare un po’ (circa 15 minuti da praza do Obradoiro) ma naturalmente non è un problema. Possiamo fermarci tutti i giorni che vogliamo, ma il costo è superiore a qualsiasi altro albergue finora incontrato: 12 euro. Fermiamo due notti. Il giro serale per le strade di quella che già dieci anni fa ho eletto come mia città ideale mi restituisce l’immagine che avevo: un centro storico monumentale tenuto molto bene ma anche vivo e vivibile, integro e pulito, che la sera non precipita nell”oscurità ma si anima senza diventare una bolgia. Musica ovunque, nei locali e per strada. Immancabile, sotto il portico dell’Ayuntamiento che sta di fronte alla cattedrale, l’esibizione dei Tuna de Derecho.



