Da Ribadiso de Baixo a Monte do Gozo

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Mi sveglio presto senza problemi per l’ultima vera giornata di cammino prima di Santiago. Mi aspettano 37 chilometri, una delle tappe più lunghe fatte finora. So già che non mi peseranno e che sopporterò facilmente la fatica. Però oggi appare fondamentale sfruttare bene le ore mattutine.

Sono le sei e qualcosa, parto insieme a Stefania e a Stefano, Etienne è già andato da non molto. Attraversiamo Arzua ancora al buio, ci addentriamo nei boschi di eucalipti che ci accompagneranno per tutta la giornata, alternandosi ai pini marittimi.

Dopo un’ora circa ci fermiamo in un bar per la colazione, poi basta. Si cammina senza interruzioni per sei ore. Quella che è sempre stata una certezza durante tutto il cammino diventa anche una sensazione: Santiago aspetta, Santiago si avvicina a ogni passo. Lo senti nei piedi che vanno più veloci  quasi senza volerlo, lo vedi nel numero crescente di pellegrini di ogni risma sul sentiero, lo immagini con la testa che non può fare a meno di pensare all’arrivo. Eppure la giornata di oggi sarà ancora tutta dedicata all’attesa: ci fermeremo al Monte do Gozo, ad appena cinque chilometri dalla meta. La vita è attesa, la vita si riempie dell’attesa di ciò per cui hai deciso di vivere.  Ma è attesa nel “gozo”, in un pegno di umanità piena che dà sapore alle cose e che nessuno ti può togliere. Oggi è un giorno di vita piena.

Le ore passano e i chilometri pure, ma non ce ne accorgiamo. Passiamo O Pedrouzo dopo mezzogiorno. Gli eucalipti sono sempre più alti e spettacolari. La giornata si fa subito calda, forse è la giornata più calda dell’ultimo mese.
Le fonti non sono tante. Sulla salita per l’Alto di Sant’Irene, abbastanza dura, l’acqua comincia a scarseggiare. Stefano si ferma un poco in cima, si sente stanco. Proseguo con Stefania. Una discesa, poi un’altra salita non facile. Affrontiamo la discesa che porta a Lavacolla e aggira la rete di recinzione dell’aeroporto. Il sentiero scende fin proprio sotto la fine della pista, poi risale verso San Paio. Ormai sono quasi le due, sentiamo la stanchezza  e per una volta la sete. Ci fermiamo in un bar per il pranzo, dove poco dopo ci raggiunge anche Stefano. Non abbiamo fretta: gli ottocento posti dell’enorme ostello di Monte do Gozo non si esauriscono facilmente. Parliamo con due ragazzi spagnoli che per sicurezza hanno telefonato. L’addetta ha comunicato loro che “storicamente” non si è mai registrato il tutto esaurito al Monte. Quindi: posto sicuro, chilometri da fare ancora tanti. Domani invece ne faremo solo cinque. Perchè correre?

Etienne invece in un messaggio comunica di essere già arrivato. Ha camminato per otto ore filate quasi senza soste. Negli ultimi giorni ha decisamente accelerato i ritmi: credo che soffra molto l’eccesso di folla sul sentiero. Ci ha anche detto, del resto, che non intende fermarsi neanche una notte a dormire a Santiago, vuole ripartire subito per Finisterre. Io penso invece che valga la pena fermarsi almeno due giorni per incontrare di nuovo le persone già conosciute: quelle che sono avanti e quelle che sono rimaste indietro. E non so più, in questo momento, se voglio ancora andare a Finisterre a piedi. Non voglio pensarci: voglio che Santiago prenda tutto il posto che si merita dopo un mese di cammino. I giorni per arrivare anche a Finisterre ce li ho, avevo considerato nel prendere le ferie un margine di sicurezza per arrivare a Santiago anche nonostante eventuali imprevisti o soste forzate. Ora ho il margine ancora praticamente intatto, nove giorni da spendere. Non voglio pensarci. Non ora.

Ripartiamo tutti e tre insieme, ma presto ci troviamo a camminare ognuno per proprio conto. Io accuso calore e stanchezza e vado molto piano. Stefano ha già scontato il momento di crisi e dopo essersi rifocillato va a mille, non lo vedo più. Stefania la vedo ma rimane sempre ben davanti, almeno duecento metri che non provo e non riuscirei a colmare. E non voglio neanche: ho l’impressione che voglia stare un po’ da sola. Anche a me non dispiace. Che sensazione strana. Stai per arrivare e sei contento. Ma una parte di te ha amato così tanto il cammino che sentire la distanza che si assottiglia e si avvia a scomparire stringe un po’ il cuore. Il cammino è un paradosso, stanca ma dà più energia di quanta ne richiede. Dove prenderò la stessa energia da domani?

Inutile chiederlo a questa striscia di strada asfaltata che ormai ha rinnegato completamente il bosco. Passo accanto alla sede della televisione galiziana, enorme e isolata. Non c’è ancora grande continuità di edifici ma è chiaro che la periferia di Santiago si avvicina.

Il Monte do Gozo arriva insensibilmente alla fine della strada. Per prima appare la chiesetta di San Marco. Poi, voltandomi a sinistra, vedo la cima della collina occupata dal monumento che ricorda l’ormai storica giornata della gioventù del 1989, quando Giovanni Paolo II ha lanciato da qui il suo messaggio all’Europa, ha dato nuovo impulso al Cammino e ha cambiato per sempre l’aspetto di questo posto. Chi c’era (anche Etienne) racconta che l’intera collina era ricoperta di esseri umani, qualcosa di mai (e mai più) visto da queste parti. Ora lo stesso spazio è occupato dall’enorme ostello, decine di casermoni digradanti per più di cento metri verso valle. Comincia  non molto sotto il monumento e quando arrivi al primo edificio stenti a vedere la fine dell’intero complesso.

Il monumento è davvero brutto. Deve avere quindici, sedici anni al massimo ed è già pieno di ruggine e ossidi assortiti. Un cubo di circa tre metri sui cui lati si affollano Wojtyla, San Francesco, San Giacomo, simboli del pellegrinaggio e simboli poco comprensibili che forse vorrebbero alludere alla strada ma che lasciano freddi, non emozionano. Sul Monte della Gioia mi aspetterei qualcosa di più coinvolgente ed evocativo. Perdo ogni speranza quando, cercando di individuare il centro di Santiago dal punto più alto che riesco a raggiungere, mi accorgo che un gruppo di abeti nasconde proprio quella parte di panorama. Sono gli unici alberi rimasti su cocuzzolo dopo che è stata fatta la spianata per costruire monumento e ostello. O meglio, non sono “rimasti”. Sono in file troppo ordinate: sono stati piantati. Proprio lì. Ma per tutti i figli di Zebedeo, sembra un dispetto. Davvero difficile da spiegare. Pazienza che il monumento sia brutto. Pazienza che l’esigenza di costruire una struttura di accoglienza grande e funzionale abbia fatto abbattere un bel po’ di bosco. Ma come è possibile che un elemento di “arredo” verde dello spazio neghi l’unico motivo per cui questo posto è diventato quello che è? Il Monte do Gozo era il primo punto da cui i pellegrini riuscivano a vedere le guglie della cattedrale. E facevano festa, si abbracciavano e ringraziavano il Signore. Accadeva ancora neanche vent’anni fa. Ora il panorama è ancora notevole, ma l’unico elemento davvero importante è stato negato. Fatemi capire, grandi architetti. Se l’avete fatto apposta, perchè l’avete fatto? E se non l’avete fatto apposta, perché siete architetti?  Domande senza risposta in una sera di fine cammino.

Dopo la messa nella bella chiesetta di San Marco (che ha all’interno una strana statua in legno dell’evangelista con il libro in mano e due scarponi appesi in cintola) non resta che cercare un buon menu del pellegrino: siamo fortunati. Mai mangiato così tanto per sette euro.  Come “entremesas” abbondante selezione di rebanado mixto (affettati), poi una fiammenghilla enorme da dividere in tre di un originale stufato di tonno fresco con patate e altre verdure.

E alla televisione c’è Italia Spagna in diretta da Bari. Siamo due tavoli di italiani. Montolivo indovina il pallonetto. Monte do Gozoooooo!

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