
Non è il rumore degli altri che mi sveglia questa mattina, ma il forte odore di canfora del radio salil, il magico unguento spagnolo che usa Stefania (e che tutti le abbiamo chiesto almeno una volta: il fatto è che funziona davvero, mentre il voltaren pare acqua fresca). Ma ieri ho preso un’aspirina e voglio massimizzare il riposo: parto “solo” alle sette, un’ora dopo gli altri. Ci voleva. Oggi la tappa dovrebbe (il condizionale ormai è d’obbligo: non mi fido più dei conteggi delle guide) essere più breve di ieri, circa 25 chilometri per Arzua.
Mancano ormai solo 65 chilometri a Santiago. A San Xulian do camino sono 62. La passeggiata è piacevole. Attraverso pascoli e frutteti, poderi ben curati ai margini del sentiero. Poca la frutta selvatica, purtroppo. Gli “horreos” sono ovunque. Sono piccoli granai sopraelevati su colonne di pietra di forme varie, chiusi ai lati con assi di legno. Sono diversi giorni che li vedo ma in questa zona sono davvero tanti. Alcuni sono malandati, ma la maggior parte sono in funzione. Sono belli da vedere, ed è curioso vedere la campagna punteggiata da questi grossi bauli.
Fino alle nove e mezza si cammina ancora in pace, non c’è moltissima gente sul sentiero. Passo diversi paesi velocemente: Campanilla, Coto, Leboreiro (molto bello, e la piccola chiesa merita). Il percorso gode di buona manutenzione. Sono entrato da poco nel territorio della Coruna, la provincia che comprende anche Santiago. Mi avvicino alla cittadina di Melide. Attraverso una specie di parco urbano con del verde fintissimo in una zona industriale. Decine di targhe di bronzo attaccate a grossi cippi ricordano le convocazioni annuali del “capitulo general de la orden del camino de Santiago”, con gli elenchi dei nomi di quanti hanno partecipato. Non so nulla di questi “capitulos” e non voglio dare giudizi affrettati. Pero’ la sensazione che mi danno queste targhe sul sentiero non è positiva. Quest’ansia di fissare il proprio nome è un’ansia di possesso non dissimile da quella di chi imbratta i cippi chilometrici. Dei tanti anonimi pellegrini che nel medioevo si sono fermati a Santiago, prima di ripartire, per lavorare nei cantieri della Cattedrale non sappiamo nulla. Sappiamo solo che da uomini liberi e grati per quanto avevano vissuto hanno contribuito a costruire qualcosa di grande, di cui oggi tutti ancora godiamo.
Un bel ponte a tre campate introduce nell’abitato di Furelos, dove una piccola chiesa e’ presa d’assalto dai pellegrini. Neanche mezzo chilometro piu’ avanti comincio a entrare a Melide. Attraverso il centro moderno prima di salire verso il centro storico piu’ in alto. Un delizioso profumo invade la strada. Un furbo ristoratore si è messo a tagliare un polpo enorme proprio dalla finestra e me ne offre un pezzo infilzato in un forchettone. Sono appena le dieci e resisto, anche se a fatica. Se fossi passato soltanto un’ora dopo avrei capitolato facilmente. Sono dieci anni che sogno di gustare nuovamente il pulpo gallego o a la feria, una di queste sere ci darò dentro… e magari anche più di una.
Salgo al centro storico e mi fermo al “Castro” per rinfrescarmi, guardarmi attorno e scattare qualche foto. Niente di eccezionale, ma è pur sempre il luogo di un insediamento molto antico, circa duemila anni.
Appena fuori Melide vedo il cippo dei “meno cinquanta”. Passo un altro paesino e comincia un bel bosco di eucalipti: so che sarà il primo di una lunga serie da qui a Santiago. Molto piacevole camminare alla loro ombra e al loro profumo. Oltre un guado su un piccolo ruscello trovo, apparecchiato su una tovaglia stesa per terra, un “self service” di chai, il té indiano preparato con latte e una mistura di spezie, biscotti e dolcetti niente male. Offre tutto una ragazza di Barcellona che sta tornando a piedi da Santiago. Accanto a una scatola per il donativo c’è scritto, in spagnolo e inglese: “serviti liberamente e, se vuoi, lascia nella cassa magica un’offerta. Se non vuoi, la tua gratitudine sarà sufficiente”. Oltre al fatto che il chai è preparato a regola d’arte, come si fa a non lasciare nulla?
Esco dal bosco e continuo a camminare per la campagna. Altri self service di frutta del luogo con cassetta per le offerte. La strada per Boente prosegue tra poderi alternati a pezzi di bosco in un sentiero sempre più affollato. Mi sono ripromesso di andare piano oggi ma mi accorgo che istintivamente sto accelerando di nuovo… deve proprio essere cambiato qualcosa. Non sento più neanche la sintonia minima necessaria per rivolgermi alle persone che incrocio. All’inizio era naturale farlo, il ghiaccio si rompeva in un istante. Ora c’è qualcosa che mi impedisce di farlo. Probabilmente intuisco che l’intesa con chi fa il cammino in un certo modo non sarebbe immediata.
Poi c’è anche un altro fattore: ormai i miei compagni di cammino sono quei tre o quattro con cui mi sono trovato meglio e con cui bene o male ho sempre camminato. A un certo punto ci si sceglie. Voglio arrivare a Santiago con Etienne, Stefania, Stefano, i marchigiani e il torinese. Sono tante facce, tante le persone interessanti che hanno dato gusto al cammino. Ma con quei cinque o sei c’è effettivamente qualcosa di più. Attendo dunque il solito messaggio di Stefania, so che arriverà. E infatti. Ho appena passato Boente quando vengo a sapere che si sono fermati nella località prima di Arzua, Ribadiso de Baixo. A mezzogiorno e mezza sono in coda per entrare, l’albergue aprirà tra un’ora e ci sono venti persone ad attendere per circa settanta posti. Mi mancano meno di tre chilometri. Questa volta ce la posso fare.
Accelero ancora. Però non voglio che i pellegrini davanti a me, per quanto un po’ estranei, diventino “i miei nemici” da superare e basta. Cammino veloce, ma senza affanno. Se arrivo in tempo bene, se no pace. L’ultima parte, peraltro, è una discesa abbastanza ripida sull’asfalto. Per non rallentare troppo appoggio bene tutta la pianta dei piedi, piego di più le ginocchia, abbasso il baricentro. Tecnica interessante, sembra efficace: riesco ad andare più veloce limitando l’azione di frenata e la fatica muscolare conseguente. L’importante è guardare bene dove metto i piedi, perché con questa pendenza e a questa velocità una storta sarebbe fatale. Supero una ventina di pellegrini. Arrivo a Ribadiso a tempo di record. Rispetto al messaggio di Stefania la fila è “solo” raddoppiata, alla fine sul ticket che l’addetta del municipal mi stacca risulto il numero quarantasei.
Il posto è davvero magnifico. Un ponte medievale (o forse più antico) a cavallo di un ruscello che scorre tra prati e pascoli ben curati, all’ingresso del piccolo paese. L’albergue sta proprio accanto al ponte ed è una delle strutture di accoglienza più curate e razionali che abbia visto in un mese di cammino. I settanta posti sono distribuiti in tre dormitori soppalcati, non congestionati. I letti sono a castello ma hanno il giusto spazio vitale tra loro. I servizi sono in blocchi a parte, prefabbricati in legno con docce e lavatoi in cui c’è spazio per muoversi e tutto quello che serve. Tutto, o quasi: mi rassegno, il portasapone è un oggetto sconosciuto negli ostelli spagnoli. E diciamo anche che i cinque secondi di getto dell’acqua sono proprio pochi: passi più tempo a schiacciare il bottone che a lavarti. Ma è davvero l’unico difetto di un’ottima struttura.
Il bar ristorante accanto non è male. Ho fame e mi faccio un bel plato combinado con merluza y ensalada, poi stasera ci sarà tempo per il menu del peregrino vero e proprio. Poi mi stendo sul prato e mi dedico alla cura dei piedi, c’è qualche vescica di troppo e va “terminata”. Parlo ancora con Stefania. Etienne ci raggiunge e dice che ha trovato un ottimo posto per la messa su un prato poco distante. Lo seguiamo io, Stefania e un’altra francese che Etienne ha incontrato oggi. Ci porta a un pezzo di pascolo recintato con il filo spinato e stretto a cuneo tra uno sterrato secondario e il ruscello. Etienne vorrebbe preparare una specie di altare “sospeso” tendendo due corde tra due alberi e fissando la tovaglia tra le corde: un pazzo! Ci rendiamo conto presto che è impossibile far stare in equilibrio calice e quant’altro in quel modo. Allora andiamo a prendere un tavolino da una delle camerate e lo trasportiamo fino al pascolo. Cinque o sei mucche assistono sempre più perplesse e un tantino innervosite alle operazioni. Comincia così la seconda delle messe in stile “zoologico” del cammino. Se ad Atapuerca siamo stati circondati da centinaia di pecore e tre cani, qui a Ribadiso le mucche si dispongono dietro di noi, schierate come se partecipassero al rito. A un certo punto una attacca un muggito forte, prolungato e ripetuto. “Silenzio, c’è la messa!”, apostrofa l’officiante. E la mucca tace.


