Non l’avrei detto, ma nella camerata da profughi in realtà ho dormito benissimo. Tanto bene che non mi costa nulla alzarmi presto. Devo solo fare un po’ di attenzione a non calpestare esseri umani quando esco con le scarpe in mano e in punta di piedi. Questo posto mi è piaciuto. Mi ha sorpreso in positivo, anche se evidentemente è solo un ristorante che cerca di avere piú clienti, non un vero albergue per pellegrini. È vero, è un po’ caotico. Ma è pulito, l’accoglienza è buona e hai tutto quello che serve.
Hai anche un cane simpatico, un botolo volpino che quando esci ti saluta festoso. Poi quando parti, ancora nel buio totale, chiama due suoi amici, un pezzato medio e un gigante nero che aspettavano da qualche parte in strada il segnale convenuto. E insieme ti scortano fuori dal paese e anche un po’ più in là: hai visto mai che tu faccia brutti incontri.
Riparto oggi da meno novantotto. Passare alle “due cifre” dopo quasi un mese di cammino fa un certo effetto: si comincia a pensare attivamente alla meta, a immaginarsi l’arrivo, a realizzare che è davvero alla portata. Questo pensiero mette un poco le ali ai piedi e fa andare più veloci del solito. Ma sto attento a non forzare: il fastidio al tendine sembra tornare. Mentre scendo gradualmente di quota, attraversando piccoli paesi di cui vedo ben poco e tratti di bosco che si alternano ai pascoli, mi godo il silenzio e il raccoglimento di quest’ora. La luce arriva alle mie spalle proprio quando il paesaggio scopre le sue carte e rivela, oltre qualche lieve ondulazione e il paese di Vilacha, l’ampio letto del fiume oltre il quale sorge Portomarin. Sono appena le otto, ma nove chilometri li abbiamo già archiviati. Scendiamo sotto i novanta.
Portomarin è un posto curioso. Un paese abbastanza grande che ha colonizzato un rilievo che sale rapidamente dal fiume. Due ponti molto lunghi e ancora più alti lo collegano alla parte di strada da cui provengono. Uno è davvero imponente, l’altro è quasi un ponte tibetano dedicato ai pedoni. Per accedere al paese si prende una scala ripida come quella di una piramide maya che comincia alla fine del ponte stradale. In cima alla scala c’è una piccola chiesa, ma il centro del paese è ancora da raggiungere. Non mi spiego questo gigantismo architettonico e non ho voglia di approfondire, il posto non mi ispira molto. Mi piacciono ancora meno i prezzi del bar in cui entro per la colazione: quattro euro e cinquanta per café con leche y tostada. Però incontro proprio qui un sacco di gente, compresi i marchigiani. Chiamo Stefania e Stefano che fortunatamente sono ancora qui, hanno scelto soltanto (buon per loro) un altro bar. Mi raccontano che Etienne ha avuto un piccolo incidente: è scivolato e si è fatto quasi di faccia una decina di metri di sentiero sassoso. Ha un po’ di graffi e lividi ma naturalmente è ripartito in quarta, e ora chissà dov’è.
Riprendiamo il sentiero tutti insieme. Finalmente riesco a parlare un po’ con i due marchigiani, che mi sono molto simpatici. Roberta è un’insegnante di yoga, lavora in alcune scuole e in palestre private. Gabriele è un tecnico di elettrodomestici. Ha fatto il militare e qualcosa di più in marina, ha navigato e quindi conosce molto bene Spezia.
Oggi stiamo camminando bene. La giornata si fa presto calda ed è quindi buona cosa avere sfruttato a dovere le prime ore del mattino. Dovremmo arrivare agevolmente a Palas de Rei: le guide lo danno a trenta chilometri da Ferreiros. Verso mezzogiorno ci troviamo nuovamente nell’affollamento di ieri: gruppi sempre più folti senza zaino e con l’andamento da gita domenicale.
Il caldo si fa sentire. I piedi non sono d’accordo con tutte le mappe che abbiamo: scommetto un alluce che i trenta chilometri li abbiamo passati da un pezzo. Ormai riesco a fare stime abbastanza precise…
L’albergue prima di entrare a Palas de Rei è abbastanza grande. Ma la fila davanti è già molto lunga. A occhio dovremmo starci, ma non c’è neanche l’ombra di un alimentari attorno. Meglio stringere i denti e raggiungere la ciittadina. Solo due chilometri, si può fare.
Altro posto bruttino. Niente di rilevante per la memoria storica del cammino nel raggio che le poche forze residue ci consentono di esplorare. Nell’albergue municipale ci siamo aggiudicati gli ultimi tre posti disponibili, Etienne si sistema a pochi metri in uno dei tre o quattro privati. Mi sento un po’ debole, devo avere qualche linea di febbre. Di menu del pellegrino nei ristoranti neanche l’ombra. C’è inoltre la stranezza della cucina dell’albergue che è molto bella, ma non ha pentole. Naturale, tutti i pellegrini si portano nello zaino stoviglie liofilizzate o gonfiabili… mah.
Cena in un bar poco abituato a ricevere pellegrini. Uova con bacon e poco più, a prezzo salato. Mezzo calice di vino chiaramente annacquato a soli ottanta centesimi…
Però mangiando riesco a far parlare un po’ il triestino Stefano. Ci racconta delle sue esperienze da velista di buon livello. Chi impara la libertà dal vento prima o poi prova il desiderio di dirigere la prua verso Santiago. Con in poppa un vento speciale che, notoriamente, soffia dove vuole.
