Pero’ questa mattina dormo un poco di piu’, tutto quello che mi e’ concesso dagli orari di un albergue per pellegrini. Stefania ed Etienne no, partono come al solito tra i primi. Capisco: oggi abbatteremo la barriera dei “meno cento chilometri” a Santiago. Previsto l’avvento della pazza folla sul sentiero. Cento chilometri e’ il minimo per ottenere la “compostela” all’oficina del pelegrino di Santiago. Per me e’ davvero poco: cento chilometri si possono fare in quattro giorni comodi, in tre un po’ tirati.
Sono ormai le otto quando comincio a camminare. La pioggia di ieri e’ gia’ un ricordo lontano e oggi sembra il giorno ideale per camminare, fresco e soleggiato. Uscendo dalla conca di Samos continua la piacevole passeggiata nel verde brillante della campagna gallega, attraversando campi e fattorie e scavalcando piccoli ruscelli su ponti medievali e forse anche piu’ antichi. Castagni e alberi da frutto si contendono lo spazio e l’attenzione del pellegrino. Assaggio piccole mele e pere che si offrono da alberi selvatici, ai margini del sentiero e fuori dai poderi. I frutti sono piccoli e non belli da vedere, ma dolci e croccanti. Ma la sostanza di cui veramente abuso questa mattina sono le more: niente a che vedere con le poche acerbe e striminzite che ho trovato nella meseta, queste sono grosse, mature e dolcissime. Le manciate che riesco a raccogliere dai rovi meritano un rallentamento nella marcia, e per me non hanno prezzo.
Ad Aguiada finisce la deviazione e vedo volti conosciuti arrivare dal sentiero a destra. Mi fermo nel bar per la colazione e incontro due signore svizzere, piu’ sui sessanta che sui cinquanta, che sono partite il 20 aprile dal loro paese… complimenti. Di tutti i pellegrini che ho incontrato finora sono loro quelle che hanno fatto piu’ strada. Non fanno molti chilometri al giorno, ma procedono inesorabili.
Entro a Sarria. Citta’ non molto bella, a parte un poco il centro storico nella parte alta. All’entrata sono meno 113 chilometri a Santiago, all’uscita sono meno 111. C’e’ anche un cafe’ bar che si chiama “chilometro 111″. Ma il premio per il negozio con il nome piu’ insulso va sicuramente alla “Peregrinoteca”. Eh s¡. Gli ultimi cento chilometri regaleranno perle come questa, oltre alle crescenti difficolta’ logistiche. Uscendo da Sarria incontro un gruppo di quattro romani, tre ragazzi sui vent’anni e uno sui quaranta. Camminano lentamente, fanno un passo avanti e dieci indietri a fermarsi, a guardarsi intorno, e gia’ discutono in maniera un po’ polemica tra di loro su come si cammina e come non si cammina. Domando se stanno partendo ora: la risposta affermativa non mi stupisce. Saluto e cerco di allungare il passo.
Ricominciano gli alberi da frutto allo stato brado. Le mele sono davvero squisite. Dove potrei fermarmi stasera? Portomarin e’ lontano, Barbadelo e’ troppo vicino. Quando passo davanti all’albergue noto gia’ una discreta coda davanti alla porta. Sia come sia, proseguo. Arriva un messaggio di Stefania: lei, Etienne e Stefano si sono fermati a Ferreiros. Ventidue posti, per ora sono in dodici. Mancano sei chilometri. Ce la faro’? Non lo so, ci provo. Se non riesco, dopo altri tre chilometri forse trovero’ posto. E se proprio non ci sara’ niente da fare mi tocchera’ il tappone fino a Portomarin.
Vorrei non pensare al problema della sistemazione e godermi la campagna. Ma non ci riesco piu’ di tanto. Purtroppo cambia un po’ la percezione della strada. Se la stanchezza o la difficolta’ del sentiero non hanno mai prevalso sulla bellezza del cammino, il pensiero di essere in “competizione” per un posto con chi sta camminando genera un poco di inquietudine. Anche perche’ vedo cose che non mi piacciono: grupponi di venti, trenta persone che camminano senza zaino, che fanno cagnara, che neanche si guardano intorno. Camminare l¡ o da un’altra parte non cambierebbe nulla, immagino. Cerco di accelerare, ma senza forzare troppo. Un altro messaggio di Stefania mi toglie la speranza: ancora due posti e mi mancano ancora piu’ di tre chilometri. Mi metto il cuore in pace, anche se continuo ad andare veloce. Passo dal cippo del chilometro “meno cento”. Fotografia di rito e nuove conferme della stupidita’ e della caduta di stile che questo tratto di cammino deve sopportare: la pietra miliare e’ completamente ricoperta di scritte a pennarello. Il raccoglimento di Roncisvalle e’ ormai molto lontano.
Arrivo a Ferreiros, un paesino minuscolo perso nella campagna. Non raggiungo neanche l’albergue, che non sta precisamente sulla strada: vedo Stefano seduto al bar, mi conferma che ormai e’ completo. Chiedo di salutare gli altri e mi rimetto in cammino. Sono un po’ stanco, non ho ancora riassorbito la fatica degli ultimi due giorni e tre chilometri in piu’ (come minimo) non saranno semplici da fare. Ma circa trecento metri dopo, in fondo a una discesa, vedo un ristorante pieno di gente accanto alla piccola chiesa romanica “de murallos”. Un cartello dice che ci sarebbero anche posti per dormire. Strano, non risulta dalle guide e dalle informazioni che hanno raccolto gli amici che si sono fermati poco prima. Chiedo. Una signora molto indaffarata a servire ai tavoli mi dice che c’e’ posto, ma non in modo proprio convinto. Quanto costa? Invece che rispondermi mi mette una mano sulla spalla, accenna un mezzo sorriso e mi invita a seguirla.
Sul retro del ristorante c’`un altro piccolo edificio. Entriamo. Una camerata di una cinquantina di metri quadri piena di materassi pressati uno contro l’altro, stile Lampedusa. La signora guarda la mia reazione non proprio entusiasta, capisce che ho realizzato il tipo di offerta e finalmente risponde alla mia domanda: “quatro euros, si quieres”. Insomma donativo, con cifra solo suggerita. La proposta mi sembra onesta. Guardo meglio la camerata e individuo un letto ancora libero vicino all’unica finestra che potrebbe garantirmi un po’ di spazio e distanza vitale dagli altri. Accetto.
Mando un messaggio a Stefania e poi mi dedico al bucato, ormai urgente. Anche se il posto non e’ proprio il massimo sono contento di poter passare la serata con gli altri. Il ristorante, peraltro, mi sembra niente male, la sera fanno menu per pellegrini a prezzi differenti. Forse e’ meglio del bar accanto all’albergue municipal: invito gli altri a raggiungermi per la cena. Arriva Stefania che vuole vedere la chiesa. Da fuori e’ piccola ma e’ veramente bella, peccato che sia chiusa. Un pannello informativo spiega che e’ stata spostata pietra per pietra dalla collocazione originaria. Curioso.
Il ristorante mantiene cio’ che aveva promesso. Ottima cucina, davvero: le solite cose di questi giorni (caldo gallego, poi carne o pesce) ma molto gustose. Facciamo una bella tavolata da sei con due francesi in piu’: una signora, Veronique, e Michel, ormai una vecchia conoscenza. Anche lui ha trovato posto nella baracca da profughi all’ultimo momento. Alla fine della cena offro un “chupito” a tutti: ho intravisto un liquore interessante e lo voglio provare. Buona intuizione: e’ una versione casalinga del tradizionale licor de hierbas gallego. Forte, una bella mazzata. Ma da’ un tocco di allegria alla fine della serata. Dopo che gli altri sono rientrati rimango ancora un’oretta nel locale a chiacchierare con Ullrich, il controtenore tedesco che avevo conosciuto a Villar de Mazarife. Qualche bicchiere della staffa di vino e licor de hierbas e passiamo in rassegna un po’ di vita e di impressioni di questi giorni. Mi congedo quando sono prossimo allo svenimento; lui probabilmente regge meglio di me e rimane, guardandosi intorno per cercare altri compagni di bicchiere.



