Dal Cebreiro a Samos

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Le previsioni del tempo, purtroppo, erano azzeccate. Questa al Cebreiro e’ una delle poche notti, in quasi un mese di cammino, in cui trovo pioggia e vento. Pioggia non fortissima, ma che comincia nel cuore della notte e continua costante senza fermarsi. Il cielo e’ completamente coperto. Addormentarsi non e’ stato immediato come e’ sempre accaduto dopo ogni giornata di cammino, ma quando ci riesco dormo davvero, nonostante il vento e l’umidita’. E Stefania si addormenta ben prima di me.

Sono ben coperto. Tengo la felpa e ho la mantellina per la pioggia sopra il sacco a pelo della Ferrino chiamato a un test importante, brillantemente superato (altrettanto non si puo’ dire per lo zaino della stessa marca, che non mi ha soddisfatto per niente). Avere caldo e’ un’altra cosa, ma non soffro. Insomma, il riposo e’ concesso anche in questa notte cosi’ particolare. Anche se il risveglio e’ ancora anticipato rispetto alle ultime mattine.

Alle cinque e qualcosa siamo in piedi. Biscotti e succo d’arancia comprati ieri, in attesa di qualcosa di caldo che pero’ ci dovremo guadagnare con qualche ora di cammino. Mantellina, torcia accesa e si parte. Buio, pioggia, fango. Scendendo dal Cebreiro passiamo a tratti in mezzo al bosco fitto, a tratti sulla strada e attraversiamo minuscoli paesini ancora immersi nell’oscurita’ e nel sonno. Non sempre e’ facile vedere i segnali. Fortunatamente molti altri sono gia’ in cammino: in tanti e’ piu’ facile. La discesa non dura molto: si ricomincia a salire, senza grandi impennate.

Siamo ancora in una dimensione pressoche’ antelucana quando arriviamo all’Alto de Poio, dove troviamo anche il primo bar aperto per la colazione, mai cosi’ desiderata: il cafe’ con leche che scende nello stomaco non sembra incandescente come al solito, e’ soltanto una benedizione. Indispensabile, dopo la notte che abbiamo passato. Ma se sapessi cosa mi attende ne prenderei almeno altri due. Riprendiamo a salire, ma giusto quel poco che manca per scollinare. Ormai fuori dal bosco piu’ fitto e nella luce che vince qualche metro in piu’ di nebbia intravediamo la prossima sfida: una discesa lunghissima, scoscesa e nel sentiero fangoso. Pioggia e vento non accennano a diminuire. Anzi, cambiando versante il vento si fa sentire di piu’ e nebulizza la pioggia sottile in ogni direzione. La mantellina fatica a stare al suo posto. Triacastela, possibile meta di oggi, e’ ancora lontana: dodici chilometri di discesa da fare nelle condizioni peggiori. C’e’ quasi da rimpiangere quella di due giorni fa dal monte Irago.

Il paesaggio che si intuisce ogni volta che prendiamo coraggio e mettiamo il muso fuori dal cappuccio parrebbe interessante. La Galizia mi piacera’, lo so per il ricordo che ne ho di un viaggio di qualche anno fa e per quello che ho potuto vedere nelle guide. Ma questa mattina non sembra ancora arrivato il momento di godersela. Sennonche’, a meta’ discesa quando le gambe e i piedi cominciano a dare segni di sofferenza e il rischio di rovinose cadute si fa sempre piu’ concreto, la Galizia porge ai pellegrini bagnati e infreddoliti il suo primo grazioso regalo: l’arcobaleno. Uno dei piu’ belli che abbia mai visto: centottanta gradi che partono dalla piana sottostante e scavalcano elegantemente il rilievo che stiamo scendendo. Mai stato cos¡ vicino alla pentola d’oro, ma tutte le ricchezze della terra non mi farebbero allungare di un passo il percorso accidentato che sto macinando con pazienza. Ad ogni modo grazie, Galizia: non dubitavo che fossi contenta di accoglierci.

Alla fine anche Triacastela arriva. Ho perso la cognizione del tempo: abbiamo cominciato a camminare alle cinque e mezza con solo una breve sosta per la colazione e adesso, quando varchiamo la porta di un bar affollatissimo (dove troviamo i cari marchigiani, il torinese e addirittura Etienne, questa volta di rincorsa ma performante sul sentiero come sempre) e’ gia’ l’una passata. Stento a crederlo. Quanto siamo stati lenti? Ma non importa. Ora occorre decidere cosa fare. La pioggia finalmente e’ cessata, ma le scarpe sono zuppe. Esco dal bar, mi siedo sull’erba bagnata e me le tolgo. Erano piene di pietrisco e neanche me ne ero accorto. Faccio asciugare un po’ i piedi e le calze all’ aria fresca; nelle scarpe un po’ di carta presa in bagno per togliere almeno l’acqua, se non l’umido.

In fondo all’ampio prato su cui sono seduto c’è l’albergue. È ancora chiuso, ma una lunga fila di zaini già comincia dalla porta e si inoltra nell’erba. La mattina di tempesta ha fatto diventare questo grazioso paese, importante per la storia del cammino, una terra promessa. Forse è il caso di seguire Etienne, che vuole prendere la deviazione per l’abbazia di Samos.

Deviazione… e’ difficile considerarla tale. Samos e’ un centro storicamente molto importante. Certo, la via piu’ breve, quella che percorrevano la maggior parte dei pellegrini, e’ oggi occupata dalla carretera. Ma e’ ragionevole pensare che molti facessero questi pochi chilometri in piu’ in mezzo al bosco e al verde della campagna gallega per raggiungere il grande complesso benedettino.

Non so come, ma nonostante la fatica della mattina la pausa non lunghissima (meno di un’ora) mi e’ sufficiente per rimettermi in forze. Quando mi rimetto sul sentiero con Etienne e Stefania sembra che la stanchezza sia gia’ sparita. Sono dieci chilometri scarsi da fare, finalmente senza pioggia e in mezzo a un bosco di alberi secolari, di un verde piu’ brillante di quello che abbiamo visto finora, il verde di un bosco e una campagna umidi e rigogliosi che gia’ sentono l’influenza dell’atlantico. Potremmo essere in Bretagna, o in Galles, o forse addirittura in Scozia e non sarebbe molto diverso.

I piedi fanno un po’ male e la stanchezza si fa sentire negli ultimi chilometri. Il sentiero nel bosco si fa sempre piu’ bello e interessante. Passiamo sopra lastricati e accanto a muri di contenimento secolari, dalla luce all’ombra e poi di nuovo alla luce, in questi toni di verde e di azzurro magici. Sul fondo di una conca che si apre improvvisamente vediamo finalmente l’abbazia, oltre il corso del fiume Ouribio che qui fa un ampio giro quasi ritornante su se stesso, a delimitare lo splendido e imponente complesso di chiesa e monastero.

Il dormitorio per i pellegrini e’ di circa sessanta posti. Con mia grande sorpresa trovo all’accoglienza il texano Elias, che avevo conosciuto a Estella. Mi riconosce all’istante e mi saluta con calore. Mi racconta degli italiani “with the guitar” che sono transitati da qui qualche giorno fa. Guarda la mia credencial, vede che sono partito dal Cebreiro e si complimenta per il “good walk”… ma probabilmente nella chiacchiera ci distraiamo entrambi, e dimentica di mettermi il sello! Disdetta. L’unico che manca…

E’ sabato, pensiamo di prendere la prefestiva alle 19.30. Un’ora prima c’e’ un matrimonio. Vediamo sfilare gli invitati che scendono da macchinoni e con vestiti un po’ pacchiani. Devono essere sposi importanti, ci sono anche un po’ di telecamere. Ci tuffiamo dentro anche noi, una trentina di pellegrini in attesa della fine della cerimonia. Vola il riso, alcuni ragazzi fraternizzano con alcune pellegrine invitandole scherzosamente alla cena.

Finalmente entriamo. La chiesa all’interno e’ molto grande e scenografica, ma non mi piace. L’impressione complessiva e’ di essere piu’ in un centro di “rappresentazione del potere” che in un centro di spiritualita’. La messa comincia con un ritardo di mezz’ora e nonostante questo e’ troppo lunga e strascicata. I pellegrini avrebbero ancora da mangiare, prima di andare a dormire secondo gli orari rigidi della stessa abbazia…

Il menu del pellegrino al bar di fronte all’albergue e’ dunque consumato velocemente, ma e’ di buona qualita’. Ancora “caldo gallego”, diverso ma molto gustoso da quello del giorno precedente, poi scelta tra ottimi platos combinados di carne o di pesce.
Se penso alla notte precedente e a tutti i chilometri e alla fatica del mattino mi sembra incredibile di essere ancora sveglio e di avere voglia di scherzare e di parlare alle dieci passate. Se riuscissi a capire la formula di questa energia che da’ il cammino potrei imbottigliarla e diventare ricco.

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One Response to Dal Cebreiro a Samos

  1. estrellita says:

    e portaci un po’ di quella formula, magari è contagiosa! :)

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