…e ho una pietra che mi brucia nello zaino, più di quanto mi pesi, da lasciare ai piedi della croce. È una pietra che ho preso al mare pochi giorni prima di partire. Una persona cara ci ha disegnato e scritto sopra qualcosa. Non dico cosa, ma riguarda il mio “lato” creativo, per così dire. La tradizione dice che la pietra che si lascia alla cruz de hierro rappresenta il dolore personale che si offre alla croce. Io vorrei andare oltre. Offro qualcosa di molto prezioso, oltre al dolore che è sempre connesso alle cose per cui vale la “pena” (appunto!) vivere. E la pietra stessa è bella, significa molto e mi dispiace lasciarla. Ma potrebbe forse stare in un posto migliore? “Toglierò da voi il cuore di pietra, vi darò un cuore di carne”. Questa è la pietra che mi togli, è preziosa ma è pur sempre pietra. Ciò che ti lascio oggi in pietra me lo restituirai nella carne dei miei giorni e della mia vita: io posso anche fare tante cose belle, ma questo è il miracolo che da solo non riuscirò mai a fare.
Con questi pensieri e con la mia pietra stretta in mano prendo a salire verso il monte Irago. È tardi, sono già le nove, ma ancora la nebbia mattutina non si dirada. Non è facile capire che tempo farà oggi e cosa mi aspetta a 1500 metri. Ma non importa. Sono cosi contento di essere qui, e la montagna è così bella…
Foncebadon come villaggio rurale era piuttosto grande. Oggi è in larga parte abbandonato e in rovina. Molti prendono la pietra per la cruz de hierro dai muri delle case distrutte, e così in certi angoli sembra di essere in una cava a cielo aperto. Incontro l’israeliana Neta e il bresciano Fabio. Parlo con loro del significato del rito che stiamo per compiere. Neta dice che da ebrea darà un significato diverso al gesto. Io cerco di spiegarle che deporre qualcosa ai piedi di una croce è un gesto già pieno di significato per chiunque, ma il mio inglese non è sufficiente per ragionamenti così complessi. Forse ha capito, comunque. Sulla strada Neta raccoglierà poi un sasso appuntito.
La cruz de hierro, e la montagnola di pietre su cui è piantata, sono sempre assediate da decine di pellegrini. È affascinante osservare i diversi stili di approccio alla cruz. Non so se è sempre così, ma stamattina c’è nell’aria un raccoglimento strano come a volte non c’è neanche in chiesa. Il mucchio di pietre è impressionante (solo un po’ sporco, peccato) ed è bello “sfogliarlo” un po’ per leggere pensieri, dediche, sensazioni.
Lascio la mia pietra e poi osservo Neta mentre lascia la sua. La stringe tra una mano e la croce, con il braccio teso e a occhi chiusi e rimane intenta in questa posizione per diversi minuti. Mi viene in mente il muro del pianto, forse è a quello che sta pensando.
Dopo la Cruz de Hierro comincia una delle discese più lunghe e difficili di tutto il cammino. Quasi dodici chilometri di cui molti tratti in forte pendenza, poi altri otto almeno fino a Molinaseca, obiettivo minimo della giornata. Ma non mi dispiacerebbe andare oltre. Le discese più difficili, finora, non sono state lunghissime. Questa sembra non finire mai. Dopo Manjarin e la buffa baracchetta che celebra i templari e un tratto ancora quasi pianeggiante lo sguardo si apre sull’ampia valle al centro della quale c’è Ponferrada. Ma è difficile godersi il paesaggio più di tanto: stiamo tutti concentrati per non scivolare. Il sentiero è sassoso come pochi, e la pendenza molto forte. Una sofferenza fino a El Acebo, dove arrivo all’una passata con Fabio e Neta.
Un bocadillo con jamon è il minimo. Mi sento molto stanco e i piedi mi fanno male. La sosta dura piùdi mezz’ora. Sono indeciso sul da farsi. Mando messaggi a Etienne e Stefania. Etienne non risponde da stamattina, ma deve essere avanti. Stefania mi dice che ha lasciato Molinaseca e sta andando verso Ponferrada. Penso che se la discesa continua così non ce la posso fare ad arrivare a fondo valle. Fortunatamente la sosta mi rigenera più di quanto sperassi. La pendenza ora è minore e per un lungo tratto procedo sull’asfalto, il che mi permette di andare un po’ più veloce con solo qualche sosta a cercare un po’ di refrigerio tra i cespugli: ombra ce n’è poca e oggi fa caldo, nonostante sia ancora sopra i mille metri. Gradualmente prendo fiducia e finalmente mi godo la montagna e i paesi che attraverso. Anche quando riprende lo sterrato non rallento, anzi. Prendo a tagliare le curve come Moser in discesa, credo di poter recuperare il tempo perduto. Nel tratto di bosco prima di Molinaseca incontro ancora Fabio, che è fermo con qualche problema ai piedi. Gli chiedo se vuole che lo aspetti ma lui mi dice di no, che ha bisogno di una lunga sosta e che comunque non è niente di grave.
Riprendo la mia discesa olimpionica fino a Molinaseca. Sono molto contento, ho bruciato otto chilometri in un’ora e mezza. Il paese si presenta subito bene, con il bel fiume e centinaia di bagnanti sulle sponde. Un luogo di villeggiatura niente male. Il cammino passa attraverso il centro, tutto bottegucce e alberghi piccoli e carini. Ma l’albergue de los peregrinos donde esta? Alla domanda una signora mi fa una faccia quasi schifata e indica lontano, dice qualcosa ma capisco soltanto che devo continuare a camminare. Fuori dalle balle, insomma. E infatti. Oltre la fine del paese devo camminare ancora per mezzo chilometro. Intanto continuo a messaggiarmi con Stefania, che mi avverte che l’albergue di Molinaseca è un po’ “strano”. Beh, si. A parte l’hospitalero seduto davanti alla porta di una ex chiesa che sembra piombato direttamente dal set di Frankenstein Junior, c’è una fila di letti a castello schierati all’aperto. Probabilmente i posti dentro sono pochini e comunque già esauriti. Mi basta un’occhiata. Sulla carta mancano solo sei virgola sei chilometri per Ponferrada. Ho deciso: proseguo. Altro avvertimento di Stefania: “preparati a una gimcana in citta”. Alé, proprio quello che ci vuole alla fine di una giornata di cammino così lunga.
Seguo la strada fino a un dosso oltre il quale vedo la città. Sembra molto vicina. La logica “visiva”, per così dire, suggerirebbe di proseguire per la carreggiata. E invece le flechas amarillas piegano sulla sinistra sull’ennesimo sterrato. Mi sembra strano rituffarmi nei campi quando comincio a entrare in un centro abbastanza grande, ma i freccioni gialli comandano sempre. Passo attraverso la frazione di Campo che rivela una certa antichità, case suggestive e addirittura una fonte romana. Ah, ho capito. Ora però si entra in città. O no?
I segnali continuano a mandare verso sinistra. Il centro e il campanile, che sembravano a pochi passi, si allontanano di nuovo. Seguo la strada che costeggia il fiume e sono ancora in una specie di anello esterno, non c’è verso di entrare. Il ponte che mi introduce finalmente nella cinta urbana nel punto più vicino al castello, che sfortunatamente non è il punto piu’ vicino all’unico albergue, arriva dopo diversi chilometri. Temo che lo schema che ho stampato dal sito internet non sia aggiornato: ho camminato per due ore buone da Molinaseca e sempre a ritmo sostenuto, non possono essere soltanto sei chilometri e mezzo. Arrivo all’albergue in condizioni podologiche estreme. Sono le sette passate, nonostante i 130 posti è già esaurito. Ma alle nove ci sarà la lotteria dei “colchon”, i materassi: i primi arrivati se li aggiudicheranno e potranno dormire fuori senza premere il sacco a pelo sulla nuda terra. Non importa, dormirei anche su un pomello del letto come Eta Beta. Vado a comprare qualcosa per farmi un panino e mi metto a mangiarlo in cucina. Una bella sorpresa: un pellegrino enorme e con un vocione che scuote le pareti (sembra Obelix) ha preparato un pentolone di sopa de ajo che offre aggratis. Un po’ sbobbosa ma gradisco molto. Intanto arrivano Stefania e Stefano, un ragazzo triestino che ha cominciato a camminare a Leon.
Mi spiace, ma non ho il tempo e l’energia per visitare Ponferrada, che forse meriterebbe qualche ora. Domani voglio partire presto, stasera ho imparato la dura legge dell’ultima parte del cammino: bisognerà lottare ogni sera per i posti. Fortunatamente ci sono “colchones” per tutti, niente lotteria. E fuori fa caldo, mentre nelle camerate si scoppia. Dormo splendidamente.

Una discesa olimpionica… mi sembra di esserci!
Una domanda tecnica: che tipo di scarpe usi?
Ciao Ale, bello rileggerti dopo un po’ di giorni…interessante leggere che qualche volta la discesa puo’ essere piu’ insidiosa della strada in salita!
Un abbraccio
galliolus: scarpe da trekking basse ed estive, con una ottima aerazione e vibram sulle suole. dopo ottocento chilometri sono un po’ consumate ma mi hanno fatto un ottimo servizio.
paola: assolutamente si’ chiunque abbia camminato per almeno trenta chilometri con uno zaino che sia intorno al dieci per cento del proprio peso corporeo te lo puo’ confermare: la discesa e’ molto peggio della salita. anzi, forse la salita e’ ancora piu’ facile anche del piano. il peso dello zaino spinge sempre a valle: quindi in salita grava sulla schiena e sulle spalle, in discesa sulle gambe, in particolare su ginocchia e piedi. quando il sentiero e’ accidentato e sassos il rischio e’ anche di perdere aderenza. piedi e ginocchia sono impegnati costantemente non solo a sostenere il peso, ma anche a frenare. i piedi spingono contro la punta delle scarpe e fanno male. cento volte meglio la salita.
Che sorpresa il tuo racconto. Questa è la parte che fin qui preferisco, sembra davvero di essere là. Un’ispirazione in più ad andare di persona. Grazie!
spero di leggere presto un tuo racconto, allora! grazie a te.